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L’ultimo respiro

“La curiosità uccide il gatto” recita un proverbio inglese, ma se avessi seguito la saggezza d’Albione invece di farmi entusiasmare da una presentazione su Facebook di un divoratore, prima che venditore, di libri (vero Alberto?) avrei perso quest’opera prima di Luigi Martinuzzi che per poco più di 10 euro mi ha fatto passare piacevolmente il tempo.
L’investigatore John Bay è un personaggio ben riuscito che, seppur sfortunato al limite del record mondiale e abbastanza tormentato, resta credibile e umano così come l’Annegatore risulta reale e verosimile al contrario di altri serial killer cui ci ha abituato la letteratura; anche quella americana considerata a torto o ragione maestra del genere.

Il romanzo non è perfetto e mostra alcuni piccoli difetti da opera prima. Le procedure di polizia sono seguite in maniera abbastanza corretta ma in un paio di passaggi si trascurano elementi che un detective esperto quale si capisce essere John Bay non può lasciarsi sfuggire per riconsiderarli in seguito. Inoltre c’è un momento in cui si ha la sensazione che l’investigatore si trovi davanti la narrazione, sensazione che risulta inizialmente un poco sgradevole.
Da narratore maturo e smaliziato appaiono invece gli indizi seminati nel racconto per confondere il lettore fornendogli falsi colpevoli ed il finale, seppur intuibile da un lettore esperto che ormai le ha lette tutte (compreso il professor Langdon che si tuffa nel Tevere da alta quota), resta comunque sorprendente.

In conclusione un’opera prima che lascia il desiderio di attendere la seconda con la quasi certezza che sarà una conferma.

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Back soon

Sto per riattivare il tutto.
Un po’ di pazienza

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Servizio disdette

Surreale la telefonata fra il sottoscritto e l’addetto al servizio clienti Sky che mi ha chiamato dopo che ho riempito sul sito il modulo per disdire l’abbonamento.
Sky:”La chiamo in merito al modulo per la disdetta che ha riempito sul sito e sto per fornirle tutte le indicazioni che gli servono, però posso farle prima una domanda?
Io:”Faccia pure
Sky:”Posso chiederle perché intende disdire l’abbonamento?
Io:”Ma certo: lo faccio perché dal 31 luglio non c’è più ESPNAmerica
Sky:”Si, certo. per la vela, ho capito. Ma solo per la vela? Abbiamo così tante offerte sportive che la vela, insomma…
Io:”Non per la vela, per ESPNAmerica!
Sky:”Appunto, la coppa America non è di vela?
Io:”La coppa America si, ma io mi riferivo ad ESPNAmerica, canale 214. Quello che faceva vedere tutti gli sport americani…
Sky:”Ah, ora ho capito! Sport americani, l’NBA! Ma guardi, non si faccia ingannare dalle campagne di stampa: è notizia di questi giorni che i primi diritti del basket NBA ce li siamo di nuovo aggiudicati noi perciò dorma tranquillo…
Io:”Lo farei se fossi appassionato di basket ma io mi riferivo agli altri sport americani…
Sky:”Ah, il football dice? Il football americano?
Io:”Proprio quello, ma non solo. Anche il baseball, lo sport dei college…
Sky:”Si, si ora è chiaro, gli sport americani. Mi dispiace ma per quelli non posso far nulla, solo avvertirla qualora tornassero in programmazione, se le va bene. Comunque i moduli sono disponibili sull’area clienti entrando col suo account [eccetera eccetera]
Io:”La ringrazio
Sky:”Si figuri. Peccato però, se era solo per la vela in qualche modo…

Ora, al di là del fatto che l’addetto ha capito fischi per fiaschi in più di un’occasione, cosa significa:”se era per la vela?”, che l’avrebbero reinserita per farmi un piacere?
MAH!

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Crisi, quello che c’è da sapere (5)

Analizzando le soluzioni proposte dalla teoria economica non sarà certo sfuggito il fatto che la soluzione neokeynesiana comporta un notevole rovesciamento tanto delle credenze comuni quanto delle basi stesse del trattato di Maastricht che, come è noto, pone limiti, tanto restrittivi quanto assurdi, alla possibilità di far ricorso al deficit spending.
Per quanto riguarda il comune sentire c’è effettivamente poco da meravigliarsi: dopo anni ed anni di martellante campagna a base di luoghi comuni, per lo più inesatti, sul debito pubblico è lecito aspettarsi reazioni di scetticismo ogni volta che se ne parla, ma da chi dovrebbe reggere il governo di una nazione si presuppone una maggior preparazione e una minore rigidità ideologica, invece di trovarsi all’assurdo eccesso di eleggere ad articolo costituzionale il pareggio del bilancio privando così anche i governi futuri della possibilità di ricorrere alla leva del debito per invertire il ciclo economico.
Con la chiara avvertenza quindi che la prima e più necessaria risposta politica alla crisi attuale (cioè quella che dall’Europa non avremo mai) dovrebbe essere quella dell’allentamento dei parametri di Maastricht riguardo l’indebitamento nazionale netto ed il rapporto deficit/PIL, che in momenti di recessione in pratica costringono automaticamente all’austerità, vediamo le possibili

Soluzioni politiche

Posto che naturalmente nessuno dei paesi centrali, meglio sarebbe parlare di Germania perché anche l’economia francese ormai inizia a traballare pesantemente, è disposto ad accettare un qualunque minimo allentamento dei vincoli di bilancio (anzi ne pretende il rafforzamento) anche perché questo significherebbe nel breve periodo un accelerare dell’inflazione, con conseguente indebolimento sia della strategia di “deflazione competitiva” che, conseguentemente, della rendita di posizione per i paesi dell’ex area del marco a più bassa inflazione interna, tutte le soluzioni politiche passano per il ruolo della BCE della quale comunque sarebbe necessario come minimo riformare lo statuto.
I sostenitori della tesi europeista sono convinti che la BCE debba iniziare a svolgere lo stesso ruolo che svolge una qualunque banca federale (ma non solo), cioè essere uno strumento di redistribuzione del reddito dalle aree più ricche a quelle più povere, dal centro alla periferia. Del resto questo è il ruolo che principalmente svolge, in accordo col governo USA, la Federal Reserve ed è lo stesso ruolo che ha svolto e continua a svolgere, fin dai tempi dell’unità, anche la Banca d’Italia.
Gli antieuropeisti ritengono invece che a causa degli errori originari dell’unione monetaria, cioè l’aver considerato l’inflazione come dipendente solo dalla moneta e la creazione frettolosa dell’Eurozona, decisa per affrettare un’unione politica che invece avrebbe dovuto precedere quella monetaria (basata per giunta su regole inutilmente rigide), il rimedio della “solidarietà fiscale” potrebbe perfino essere peggiore del male.
Addirittura sprezzante nella sua spiegazione uno dei più accaniti avversari dell’euro (e della teoria neoclassica), il prof. Alberto Bagnai, che liquida così la tesi di una BCE incaricata della redistribuzione del reddito:”cinquanta anni di solidarietà fiscale a favore del sud hanno partorito le camicie verdi nel nord Italia, immaginate cosa potrebbe generare la solidarietà fiscale in un paese dove già una volta sono nate le camicie brune?
La tesi è cinica e spietata, ma a pensarci bene non del tutto campata in aria…

L’altra ipotesi di soluzione politica è caldeggiata da più parti, specialmente da coloro che ritengono che l’unione Europea, pur con tutti i suoi difetti, rappresenti ormai un punto di non ritorno e quindi un male necessario da sopportare per la sopravvivenza economica dei Paesi membri.
L’idea è quella di aggiungere ai compiti della BCE quello di “prestatore di ultima istanza” (lander of last resort) da svolgersi nei confronti dei paesi membri in difficoltà che ne facciano richiesta.
In pratica un paese dell’EZ in difficoltà economica potrebbe chiedere alla BCE un prestito, anziché emettere titoli di debito pubblico, ed utilizzarlo in funzione anticiclica.
Precisiamo subito che tale ipotesi non è poi troppo pellegrina in quanto tale compito veniva già assolto dalle banche centrali dell’EZ soprattutto assorbendo in cambio di valuta gli eccessi di titoli del debito. Inoltre questa potrebbe realmente rappresentare una soluzione: il già citato professor Zezza sostiene infatti che, al contrario di Grecia e Spagna, il cui salvataggio è di fatto impossibile senza l’azzeramento dei vincoli di bilancio e il differimento di eventuali sanzioni al semestre successivo all’avvenuta uscita dalla recessione, un prestito che la BCE concedesse al nostro paese ai tassi utilizzati per i prestiti alle banche consentirebbe la soluzione della recessione italiana in poche ore in virtù del fatto che il governo Monti è riuscito a restituire all’Italia (a prezzo, è giusto precisarlo, di notevoli sacrifici sopportati quasi unicamente dai ceti medi e bassi della popolazione) un buon avanzo primario, cioè il bilancio dello Stato italiano, al netto degli interessi da pagare per il debito pubblico, è in attivo.
Benché tardiva quindi per la situazione attuale la soluzione potrebbe quantomeno riuscire a far galleggiare la nave Europa fra una crisi e l’altra, posto che comunque i difetti della moneta unica sono intrinseci e spetterebbe alla politica rimediare in maniera pesante se soltanto i governi centrali, con la Germania come al solito capofila, non si opponessero a qualunque modifica dello statuto della BCE così come, sotto la spinta dell’opinione pubblica tedesca, si sono opposti a qualunque allentamento dei vincoli di bilancio.
Di fronte a simile miopia conviene anche fermarsi un attimo a riflettere a quali catastrofici esiti potrebbe portare la politica, anzi la mancanza di politica comune, stante il fatto che l’EZ è un enorme gigante dalle basi così fragili che per due mesi ha rischiato di cadere a causa della puntura di una zanzara rappresentata dal rischio contagio proveniente da un’isoletta (Cipro) con un PIL pari a quello della Toscana, mentre i governi europei faticavano non poco a trovare un accordo per aiutare i ciprioti con un sostegno economico che, di fronte al rischio di implosione dell’unione monetaria, aveva un valore a dir poco irrisorio.
Prima quindi che l’incapacità di concepire una qualunque politica di solidarietà o, se preferite le parole del prof. Bagnai, prima che la cecità di pochi ma (ancora per poco) ricchi governi centrali trascini tutta l’Europa nella più grande catastrofe economica di tutti i tempi, sarebbe opportuno pensare anche, in ultima analisi, ad una

Strategia di uscita dall’Euro

Cominciamo subito col dire che la vera tragedia non sarebbe uscire dall’euro, ma restare nell’euro fino al momento in cui questo dovesse crollare: in questo caso rischieremmo di pagare un conto molto più salato rispetto a quello che pagheremmo uscendone prima e soprattutto i danni economici si ripercuoterebbero su un periodo estremamente lungo. Al contrario un’uscita pianificata porterebbe al massimo ad una crisi, determinata soprattutto dalla psicologia dei mercati e dall’inflazione attesa, di un anno al massimo.

Il punto di non ritorno, cioè quello che ha reso l’ipotesi di uscita dall’euro un’opzione, anche se non è contemplata dal trattato dell’Unione Europea (per cui è prevista solo la possibilità di uscita dall’Unione medesima, non dalla moneta), è stato determinato dalla pretesa della Germania (sono un po’ pazzi questi tedeschi: hanno tutto da guadagnare dall’EZ e fanno di tutto per farla crollare…) di coinvolgere il settore privato nei costi per il salvataggio greco. Questa operazione ha determinato la fine del titolo di stato inteso come investimento privo di rischi sul mercato interno e di conseguenza, introducendo un “fattore di default” e la paura che anche le obbligazioni statali possano essere soggette a vendite determinate dal panico dei mercati, ha fatto viaggiare verso l’alto gli interessi dei titoli di stato dei paesi periferici rendendo lo spread un fattore, alimentando la crisi della periferia e impedendo di fatto, grazie ai vincoli di bilancio, il risanamento.
La situazione è tornata a fatica in equilibrio grazie ai prestiti LBTRO (illimitati e a lunga scadenza) concessi dalla BCE alle banche ed utilizzati in parte per l’acquisto di titoli del debito con funzione di “calmierazione” dei tassi di interesse, ma cosa succederà al prossimo “shock”?

Valutato quindi il fatto che la politica europea non vuole o non riesce a produrre un qualunque atto formale che vincoli BCE e/o governi eurozona ad impedire il default di un qualunque paese periferico è nata una fiorente letteratura inerente gli scenari di uscita dall’euro e sulla eventuale disgregazione dell’economia del Paese uscente oppure della moneta unica.
Lo studio principale, quello su cui si basano le ipotesi catastrofiche che leggiamo sui giornali, è basato sul lavoro firmato da Barry Eichengreen (professore di economia e scienze politiche a Berkeley, California) che presenta però un paio di non trascurabili difetti: sovrastima la speculazione (cioè l’aumento dell’inflazione derivante dalla manovra di uscita dei capitali e poi il rientro, successivo al cambio di valuta. per speculare sulla svalutazione) e non considera il fatto che le problematiche tecniche (le cosiddette technicalities) potrebbero essere significativamente minimizzate. In altre parole avremmo il disastro solo in mancanza di una exit strategy ben disegnata, ma con una strategia ben pianificata e soprattutto un’azione rapida i problemi sarebbero nettamente inferiori ed il disagio assai limitato nel tempo.
Per semplificare: le ipotesi fatte si basano tutte su un processo lento e meditato che parta da una decisione politica oppure da un referendum e fissi una data di uscita successiva di alcuni mesi alla consultazione referendaria con in più un periodo di transizione anch’esso di almeno sei mesi. In questa sciagurata ipotesi l’economia del paese uscente sarebbe devastata da una formidabile uscita di capitali anche provenienti dal risparmio interno mentre internamente inizierebbero i problemi innescati dal cambio di valuta (adeguamento dei software, ricalcoli dei listini e così via, le famose technicalities). Tutti o buona parte dei capitali in uscita rientrerebbero poi all’indomani del cambio per approfittare della svalutazione (in buona parte autoindotta) mentre il classico meccanismo di adeguazione ed arrotondamento dei prezzi determinato dal nuovo cambio (ricordate cosa successe con l’euro quando tutti i prezzi calcolati intorno ai 95 centesimi l’ultimo giorno della lira divennero automaticamente 1 euro il primo giorno della nuova valuta?) scatenerebbe ancor più l’inflazione determinata dalla svalutazione specialmente in presenza di meccanismi di adeguamento automatico di salari (e di prezzi) all’inflazione. In poche parole una tragedia da cui il nostro ipotetico Paese uscente, la Grecia nella maggior parte delle analisi, si risolleverebbe solo dopo un decennio mentre nel frattempo si potrebbe provocare il cosiddetto “panic selling” sia sulla moneta che sui titoli del debito sovrano dell’EZ facendo precipitare l’economia europea ai livelli del primo novecento.
Uno scenario molto più realistico sarebbe invece quello di una exit strategy ben disegnata: la manovra dovrebbe essere preparata con riservatezza per non più di un mese e solo per scrivere documenti di legislazione d’urgenza che prevedano il congelamento delle banche e del mercato finanziario, la sospensione di meccanismi di adeguamento dei salari all’inflazione (contingenza, scale mobili e simili) e liberalizzazione dei mercati delle materie prime in caso di mercati controllati o amministrati dalle amministrazioni statali (in momenti di eccessiva inflazione determinata dalla svalutazione niente di meglio di un libero mercato per calmierare i prezzi, sostengono gli economisti che più si sono rivolti al problema con l’intenzione di capire ed amministrare lo scenario invece di disegnare tesi negative di comodo).
L’annuncio dovrebbe essere fatto contemporaneamente alla popolazione, all’UE ed al FMI il venerdì pomeriggio dopo la chiusura dei mercati finanziari e contestualmente all’annuncio del blocco temporaneo di tutte le transazioni bancarie, il cambio dovrebbe essere fissato alla pari (una nuova lira contro un euro per ridurre al minimo tanto la spinta inflattiva determinata dagli arrotondamenti quanto i problemi di adeguamento dei programmi informatici, dei listini, dei cartellini dei prezzi e così via) e il corso legale della nuova moneta annunciato per la mezzanotte fra la domenica ed il lunedì immediatamente successivo.
Questo ridurrebbe al minimo il rischio di fuga di capitali per l’effetto Eichengreen e contemporaneamente minimizzerebbe l’impatto della svalutazione sull’inflazione reale.
Questo scenario, disegnato genericamente per un qualunque paese periferico, è in realtà poco adattabile alla realtà italiana sia per motivi di carattere puramente economico che per le notevoli difficoltà applicative che comporterebbe. Sinceramente provo una certa difficoltà ad immaginare un governo italiano, di qualunque colore si parli, che in accordo col presidente della repubblica è in grado di programmare in un segreto simile a quello delle sette carbonare una exit strategy in cui la rapidità di decisione e la riservatezza sono parti fondamentali.
Fortunatamente il quadro economico italiano non è così formidabilmente compromesso come le economie degli altri PIIGS, perciò si può valutare più correttamente l’impatto tenendo conto anche di un precedente storico.
Intanto l’analisi della composizione della ricchezza italiana ci dice che, a fronte di un valore complessivo pari a 8600 miliardi di euro di ricchezza netta i capitali a rischio effetto Eichengreen ammontano a circa 650 miliardi di depositi bancari, che sarebbero in parte vincolati e comunque controllabili a priori per la maggior parte per effetto delle norme anti liquidità promulgate dal governo Monti, cui vanno aggiunti un centinaio di miliardi di liquidi e 570 miliardi di titoli di debito, che ridenominare nella nuova valuta significherebbe di fatto coinvolgere in un default. Visto che sono principalmente questi ultimi i valori a rischio vale la pena ricordare che essi hanno già in buona parte subito gli effetti della svalutazione nei confronti dei titoli esteri per effetto di una situazione di stress economico che dura da un quinquennio e che è stata già abbondantemente registrata dalle variazioni dello spread per cui, prendendo a prestito le parole del professor Claudio Borghi, si può ragionevolmente concludere che, almeno per quanto riguarda la composizione della ricchezza italiana, “le possibilità di distruttive fughe di capitali verso l’estero, con il semplice intento di mettere al riparo ricchezze liquide da temute svalutazioni da cambio di valuta, appaiono piuttosto remote e limitate a cifre e categorie di assets meno pericolose di quelle genericamente indicate come irrimediabilmente destabilizzanti.
Inoltre la svalutazione determinata dal cambio di valuta per l’Italia porterebbe due vantaggi non indifferenti: il primo è che, a causa del bassissimo rapporto (il più basso fra i paesi EZ) fra investimenti esteri diretti e PIL, il rischio di una fuga di investimenti esteri è irrisorio ed il secondo è che tanto la componente export che la componente turismo, due fra le componenti più importanti della nostra economia, beneficerebbero in misura notevole della svalutazione determinata dal nuovo cambio e che dovrebbe proprio per questi motivi arrestarsi intorno al 12%.
Il rischio maggiore di una svalutazione così elevata è rappresentato dal costo delle materie prime che siamo costretti ad importare (come il petrolio) ma si consideri il fatto che in un quadro recessivo mondiale è lecito aspettarsi che i massimi speculativi non vengano raggiunti sul mercato delle materie prime e che, ecco il dato storico, l’Italia ha già affrontato, nel 1992, l’uscita da un sistema di potenziale stabilizzazione dei cambi (allora era lo SME) pagando con una svalutazione del 20% che è stata comunque assorbita rapidamente e con un impatto abbastanza limitato sulla cosiddetta bolletta energetica.
Per concludere, e terminare l’opera di demolizione di quello scenario da tregenda che una certa controinformazione (prezzolata?) vorrebbe disegnare in caso di uscita dall’euro, citerò uno studio di Merrill Lynch che, applicando la teoria dei giochi economici ad una simulazione di uscita dall’euro conclude (sorprendentemente, secondo le parole degli autori) che non solo l’Italia è seconda dietro la Germania fra i paesi che soffrirebbero minor disordine economico in caso decidessero un uscita programmata dall’euro ma sarebbe pure seconda fra le nazioni che maggiormente beneficerebbero dell’uscita con un impatto sulla crescita pari al 3% nel primo anno, inferiore solo al 7% dell’Irlanda ma sufficiente a trasformare da negativo a positivo il tasso di crescita del PIL.
Se non ora, quando?

Conclusioni

Come nella maggior parte delle cosiddette scienze umane anche nell’economia non esiste una verità assoluta, figuriamoci quindi quanto può essere relativa la mia visione. Di certo tutti i dati che ho citato sono corretti e reali, le teorie sono state esposte correttamente e non c’è una sola affermazione nel testo che non sia stata fatta da un esperto. Il mio modesto lavoro è stato solo quello di metterle in correlazione e provare a tradurle in termini più comprensibili per chi non fosse dotato di specifiche conoscenze di macroeconomia ed è stato fatto con uno scopo ben preciso. Quello di seminare in chi ha avuto la forza e la pazienza di seguire tutto il percorso lo stesso dubbio che è venuto a me prima di scoprire che oltre al mainstream esiste un’altra corrente di pensiero economico altrettanto forte e composta da accademici altrettanto qualificati ma che non trova voce sui mezzi d’informazione:”Possibile che l’austerità e le altre manovre esse stesse recessive siano realmente l’unica cura per la recessione medesima?
Se ogni volta che vi imbatterete in qualcuno, in TV, su internet oppure al bar, che pontifica pieno di certezze su misure restrittive in funzione antirecessiva, vi verrà il dubbio che possa anche non aver ragione e che una alternativa a quel modo di pensare è possibile allora il mio lavoro non sarà stato tempo sprecato.

Fonti e approfondimenti

  • I sorprendenti (almeno per me) dati relativi all’avanzo primario italiano, all’import-export nazionale e l’incredibile affermazione che basterebbe un prestito BCE allo stesso tasso di interesse praticato alle banche per risolvere in poche ore il problema della recessione italiana si trova nell’articolo del professor Gennaro Zezza dal titolo “La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?“(gli stessi dati, cercando con pazienza, si trovano comunque anche sul blog del professore che riporta pure molti altri indicatori economici ed è abbastanza aggiornato).
  • Altra fonte di ispirazione per la composizione della ricchezza e soprattutto per sgombrare la testa da molti pregiudizi sul debito pubblico è stato l’articolo “Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico” del Prof. Ciccone
  • La vera bibbia dell’euroscetticismo economico è comunque il professor Alberto Bagnai, del quale segnalo l’articolo scritto per costituzionalismo.it che rappresenta un po’ la summa del suo pensiero. Dal lavoro del professor Bagnai ho tratto tanto la critica al neoclassicismo quanto la spiegazione delle dinamiche delle bolle speculative come pure, in concorso con altri che sarebbe lungo citare, i meccanismi del tasso fisso di cambio che favoriscono le economie degli stati centrali, e principalmente la Germania, nei confronti degli stati periferici.
  • Per quanto riguarda l’abbandono dell’euro il testo fondamentale di riferimento è “Uscire dall’euro?” del citato prof. Borghi ma, per chi conosce l’inglese, è consigliabile dare un’occhiata tanto all’articolo “Leaving the euro: a practical guide” di Roger Bootle (vincitore del Wolfson Economic Prize 2012), che contiene la “road map carbonara” e molto di più, compresa la previsione del 12% di svalutazione attribuito all’Italia, e l’altrettanto citato rapporto Merrill Lynch a cura di Woo e Vamvakidis (che contiene molte interessanti tabelle oltre quelle di cui si parla in quest’articolo)

FINE

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

Il terzo articolo della serie lo trovate qui.

Il quarto articolo della serie lo trovate qui

Posted in: Economia, politica by nobodysdiary Commenti disabilitati su Crisi, quello che c’è da sapere (5)

Crisi, quello che c’è da sapere (4)

Illustrare le possibili soluzioni della crisi si rivela un problema abbastanza arduo perché obbliga comunque a tener presente i vincoli legislativi costituiti dagli accordi europei sulla moneta unica che costringono la politica in una gabbia dalla quale è difficile uscire e che lascia molto spesso ai governi spazi di manovra ristrettissimi, se non addirittura inesistenti.
Sperando di riuscire a mantenere un filo logico ho diviso le soluzioni potenziali illustrando prima quelle “consigliate” dalle teorie economiche ed in seguito quelle politiche, cioè le manovre da operare all’interno dell’EZ, con l’avvertenza che, guarda caso, ogni “soluzione” politica della crisi prevede deroghe o superamento di vincoli imposti da trattati, statuti o parametri quasi a sottolineare che questa unione monetaria (monetaria, non economica) sia stata effettivamente creata in fretta e senza troppa riflessione, come sostiene la maggior parte degli scettici.

La soluzione neoclassica

Illustrare la soluzione proposta dai neoclassici non è così complesso, basta semplicemente osservare cosa stanno facendo senza risolvere niente i governi europei per sapere quale ricetta viene proposta dai pensatori dei quali più o meno tutti i politici seguono i precetti con cieca fiducia; più complesso invece è trovare le spiegazioni razionali che li sostengono se è vero, come è vero, che la “cura” neoclassica appare “paradossale” nel promettere crescita riducendo contemporaneamente quei fattori che, empiricamente, la dovrebbero invece far crescere. Via libera dunque alla sospensione di tutti quegli interventi cosiddetti “anticiclici”, cioè agli investimenti effettuati direttamente dallo Stato a sostegno dell’economia, in forza della cosiddetta teoria del real business cycle secondo la quale il ciclo economico non è la manifestazione dell’instabilità del sistema economico stesso, ma l’efficiente risposta a shock esterni, risposta perfettamente compatibile, fra l’altro, con l’equilibrio dei fattori economici.
Quindi, poiché la crisi è interna al ciclo ed i fattori economici sono in equilibrio, seppur dinamico, allora anche la disoccupazione in periodo di recessione è in qualche modo “volontaria” e destinata ad essere riassorbita perché il mercato tende naturalmente alla piena occupazione. Anzi, visto che comunque è solo un ciclo ed il mercato è di per sé virtuoso gli interventi più logici sono quelli che vanno in controtendenza: tagli alla spesa pubblica, tanto più efficaci quanto più sono drastici, taglio dei salari e diminuzione delle tasse.
La politica di tagli alla spesa pubblica, nota come expansionary austerity (austerità espansiva) fa ovviamente a cazzotti col fatto che, essendo il debito pubblico una componente del PIL, ridurlo difficilmente farà crescere il PIL medesimo, ma i suoi sostenitori si aggrappano al secondo principio della teoria neoclassica (l’inefficienza dello Stato, ne abbiamo parlato nel secondo articolo) e fanno notare come in caso di aumento della spesa pubblica i cittadini, aspettandosi un aumento futuro dell’imposizione fiscale per ridurre il debito aggiuntivo generato dalla manovra anticiclica, in realtà non procedono a spese ma risparmiano per pagare le future tasse mentre un contenimento della spesa pubblica crea un’aspettativa di riduzione delle tasse e quindi da maggiore impulso ai consumi. Questo concetto è opinabile per due motivi: il primo perché presuppone una teorica maturità dei mercati che alla prova empirica dei fatti non è mai stata dimostrata ed il secondo è che mette sullo stesso piano della bilancia fattori economici che hanno peso specifico diverso. L’austerità espansiva somiglia, come esempio pratico, al togliere benzina da un serbatoio perché il veicolo possa percorrere più chilometri perché è più leggero; il fattore diminuzione peso non sarà mai in grado di compensare l’assenza di carburante, così come il risparmio potrà rallentare, ma non bloccare del tutto, gli effetti espansivi dell’intervento anticiclico dello Stato nell’economia.

Un altro dei più impopolari, e praticati, interventi di soluzione della crisi è quello del taglio dei salari per recuperare competitività nelle esportazioni.
Lo liquidiamo in due parole: fa molto comodo a coloro che si giovano della crisi ma è altrettanto inutile, a meno che la recessione non avvenga in un singolo paese. Applicando contemporaneamente i tagli il loro effetto sulle esportazioni è ovviamente nullo perché le riduzioni dei vari paesi si compensano; gli unici che hanno da guadagnarci, come del resto guadagnano già con tutte le altre soluzioni che la teoria neoclassica va fantasiosamente inventando, sono i detentori del capitale[1].

Altro principio cardine anti recessivo della teoria neoclassica è il taglio delle tasse, specialmente alle aliquote più alte: questa politica comporterebbe benefici elevati ed immediati a livello di consumi e libererebbe risorse per investimenti.
La reale efficacia dell’abbattimento dell’imposizione fiscale si è dimostrata miseramente fallimentare alla prova della storia. A partire dalle presidenze Reagan il taglio delle tasse alle aliquote alte è stato praticato sistematicamente da tutti i governi repubblicani che si sono succeduti nell’ultimo trentennio ed ha come primo effetto provocato un autentica voragine nei conti pubblici degli USA facendo schizzare verso l’alto il debito pubblico, ma producendo effetti sempre meno rilevanti.
Paradossalmente la teoria marginalista (ricordiamo: all’aumento di un fattore economico non corrisponde un effetto pari al volume dell’aumento ma minore, quindi al raddoppiare, ad esempio, della forza lavoro corrisponde un aumento della produttività inferiore al doppio), che ha rappresentato un modello fallimentare tanto nelle previsioni che nella comprensione dei fenomeni, ha fatto centro solo nel dimostrare l’inutilità di una politica economica ispirata alla sua stessa scuola: al progressivo aumentare dei tagli fiscali i benefici sul prodotto interno lordo degli Stati Uniti sono andati progressivamente diminuendo finché all’ultimo, applicato da Bush figlio nell’ultimo anno del suo mandato, ha corrisposto un incremento del PIL statunitense inferiore a un decimo di punto percentuale.
Niente male, per una teoria economica, il dimostrarsi valida principalmente nello smentire l’efficacia delle proprie misure…

La soluzione alternativa

Contrariamente alla teoria neoclassica, che considera i cicli economici di espansione e recessione come fisiologici ed in certo senso ineluttabili (da qui l’inefficacia delle soluzioni, che assecondano la situazione piuttosto che cavalcarla) la teoria che abbiamo definito “alternativa” considera i cicli di espansione-recessione come momento storico poiché ritiene che la situazione tende naturalmente a muoversi dalla crescita alla depressione o, al limite, a rimanere stabile. Si rendono pertanto necessari interventi “anticiclici” (nel passato rappresentati da guerre o epidemie) che debbono essere messi in atto dallo stato, essendo il mercato per sua natura portato a rafforzare i pochi sulle spalle dei molti con lo scopo di aumentare la ricchezza prodotta.
Dato che la ricchezza complessiva dipende dalla domanda aggregata (o domanda effettiva) cioè dalla richiesta complessiva di beni e servizi di una nazione, che a sua volta è funzione diretta dell’offerta di moneta e della spesa pubblica e funzione inversa del livello di imposizione fiscale (tutti fattori in cui il governo ha, o dovrebbe avere, l’ultima parola) la manovra anticiclica è sostanzialmente una manovra di aumento della domanda.

Poiché l’offerta reale di moneta ha conseguenze di inflazione che alla lunga potrebbero frenare il processo di crescita (senza considerare che in area euro nessuna politica monetaristica è possibile a livello di governi locali) l’area di intervento più immediata ed indolore è quella della spesa pubblica. Tali politiche anticicliche prendono quindi il nome di “deficit spending” cioè di spesa che causa un deficit pubblico, da risanare mediante l’emissione di titoli di debito pubblico.
Ad un’analisi superficiale questo potrebbe sembrare un rimedio peggiore del male, ma si deve innanzitutto considerare che non solo il debito pubblico in realtà è ricchezza (v. articolo due) e comunque non è, come erroneamente considerato, debito nazionale (quanto piuttosto il debito di una parte della stessa nazione verso un’altra) ed inoltre si deve valutare che il deficit reale sarà nettamente inferiore alla spesa iniziale.
La spesa pubblica infatti non solo è componente del PIL e della domanda aggregata, ma comporta anche l’attivarsi di un fattore economico noto come “moltiplicatore degli investimenti” in base al quale l’impatto di una spesa pubblica pari a 100 non sarà 100 sulla domanda aggregata, ma superiore a 100[2] poiché l’investimento effettuato genererà ulteriori investimenti e la spesa genererà altra spesa sulla base di quel sacrosanto principio economico che dice “la spesa di uno è il ricavo di un altro“. Scopo quindi di una sana politica di deficit spending è quello di ottenere il massimo dalla spesa destinandola ad impieghi che determinino un moltiplicatore più elevato, oppure che siano mirati al recupero di competitività con l’estero, sempre tenendo presente comunque che in teoria non c’è spesa pubblica buona e spesa pubblica cattiva.

Le critiche un pochino più mirate a questo tipo di politica non sono ovviamente quelle di natura neoclassica ma riguardano più direttamente tanto la gestione del bilancio dello Stato quanto l’impiego della spesa.
Per quanto riguarda le critiche del primo tipo è intuitivamente evidente che un eccessivo rapporto fra deficit pubblico e prodotto interno lordo (il rapporto deficit/PIL che il trattato di Maastricht fissa così rigidamente) possa alla lunga portare ad una crisi ma, nonostante numerosi saggi in merito che fissano tale soglia al 90% (ampiamente demoliti dal nobel per l’economia 2008 Krugman, che si è accorto di un errore nei fogli di calcolo usati per l’elaborazione del modello e che è da allora universalmente noto come “errore Excel”) in realtà tale soglia non è prevedibile matematicamente. In altre parole sappiamo che in un qualche valore percentuale il rapporto deficit/PIL produrrà effetti opposti a quelli previsti dal deficit spending ma nessuno è in grado di dirci quale sia questo valore dal quale il Giappone potrebbe essere lontanissimo col suo 220% e la Spagna vicinissima col suo 70%, mentre di fatto nessuno dei due paesi ancora si trova in quella situazione. Evitare quindi interventi di deficit spending solo per paura di trovarsi nella parte discendente della curva è perciò pura follia.
Per quanto riguarda l’impiego della spesa si fa da più parti notare che intanto non esiste una nuova Autostrada del Sole da costruire come negli anni del boom. Questo probabilmente è vero, ma c’è sempre parecchia edilizia scolastica e sanitaria da sistemare, oltre al fatto che anche di opere stradali, a partire dall’autostrada tirrenica, non ne mancano affatto. Questo però comporta il fatto che tale spesa, in un’economia statale allargata ma vincolata dall’area euro, produrrebbe benefici più modesti rispetto a quelli dell’epoca dell’Autosole e per lo più transitori, in quanto soggetti ai limiti espansivi della bolla speculativa edile di cui abbiamo parlato nell’articolo tre e non riuscirebbe, se non marginalmente, a colmare il divario competitivo esistente con le economie centrali che è di diversa natura. Infatti il modello elaborato dagli economisti alternativi prevede anche l’intervento dello stato sugli istituti di credito che sarebbero chiamati a rispondere dei sacrifici cui hanno costretto i cittadini per ripianare i danni provocati dal loro sconsiderato comportamento e dall’eccessiva disinvoltura. A fronte delle spese “improduttive” sostenute dagli stati periferici per salvare gli istituti di credito sarebbe opportuno pretendere una gestione più “politica” dei nuovi flussi di liquidità determinati dal deficit spending. Almeno questo gli istituti bancari lo devono ai cittadini che si sono sobbarcati anni di austerità per salvare il sedere di banche ed istituti di credito vari. [3]

La soluzione del fiscal spending, sia chiaro, non è un’invenzione dei comunisti che pretendono il predominio dello Stato sull’economia (anzi Keynes fu addirittura sprezzante con le tesi economiche marxiane) quanto piuttosto una soluzione dettata dalla logica e che nella pratica ha sempre funzionato, almeno in economie non bloccate da trattati politici e statuti che vincolano il potere dell’amministrazione statale in maniera talmente pesante da lasciargli scarsa, quando non nulla, possibilità di manovra. Si rende pertanto necessario ricorrere anche a soluzioni di natura più puramente “politica” che non di politica strettamente economica quale abbiamo trattato finora; di queste ci occuperemo nel prossimo, ultimo, articolo.

Nota 1: Non lasciamoci illudere da questa soluzione che comunque viene sistematicamente prospettata ad ogni crisi. Senza contare le tensioni sociali che provoca è un’illusione pensare che un lavoratore sia disposto a rinunciare a una parte del salario per godere di aleatori benefici futuri, così come chi ha maggiori potenzialità di spesa non rinuncia sapendo che tale disponibilità proviene dal debito pubblico e rischia un aumento delle tasse. Questa è solo la chimera di chi vive in un mondo economicamente ideale dove si spera che sia la realtà ad adeguarsi alla teoria perfetta.

Nota 2:Il concetto di moltiplicatore è talmente efficace ne sono stati creati molti, in pratica uno per ogni fattore economico, tanto che adesso il moltiplicatore originale è chiamato “moltiplicatore della spesa” e pure la teoria neoclassica si è aggrappata al concetto keynesiano per dimostrare l’efficacia dei tagli fiscali coniando il “moltiplicatore fiscale”. Per restare coerenti al modello perciò, quando abbiamo parlato della scarsa efficacia degli ultimi tagli fiscali USA, avremmo potuto tranquillamente dire che, nel caso, il moltiplicatore fiscale è vicino a zero. L’efficacia quindi di molti interventi anticrisi si basa su quello che si ritiene sia il moltiplicatore del fattore sul quale si va ad intervenire: studi effettuati proprio negli USA, dove molto massiccio è stato il ricorso alla defiscalizzazione, hanno dimostrato che il moltiplicatore della spesa è sempre maggiore del moltiplicatore fiscale che si teorizza, in periodi di ampia recessione, possa assumere addirittura valore negativo.

Nota 3: Senza voler arrivare agli eccessi di Keynes che proponeva di “rendere gli investimenti indissolubili come il matrimonio” basterebbe molto semplicemente tornare al “Glass Steagall Act” e separare istituti di credito da istituti finanziari e speculativi, privilegiando magari fiscalmente i primi e impedendo per legge il salvataggio dei secondi (come ha fatto Lula in Brasile). Non si pensi che tale separazione, come si legge recentemente perché all’aggravarsi della recessione chi ne giova tenta concettualmente di stroncare le potenziali soluzioni, che questo segnerebbe la fine del sistema bancario ed in ultima analisi dell’intera economia perché il Glass Steagall Act è stato in vigore negli States dal 1933 fino al 1999 e non sembra che le banche statunitensi abbiano sofferto granché nel periodo considerato…

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

Il terzo articolo della serie lo trovate qui

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Crisi, quello che c’è da sapere (3)

Nessuna crisi, e quelle economiche non fanno eccezione, avviene per un solo fattore, ma molto spesso per la concomitanza di almeno un paio, Anche la crisi economica attuale è determinata dall’intrecciarsi di un paio di fattori, entrambi dipendenti in misura più o meno maggiore dalla nascita dell’euro, innescati da un detonatore esterno. Vediamoli uno per uno.

Il ruolo della Germania: il vagone.

Sarebbe bene sgombrare subito il campo da un luogo tanto comune quanto sbagliato: il fatto che l’economia tedesca, al contrario di quasi tutte le altre dell’EZ, vada a gonfie vele e il fatto che la Germania sembri non risentire di alcun vento di crisi non significa che la Germania sia la locomotiva economica d’Europa. In effetti anziché trainare verso l’alto i vari Paesi come dovrebbe fare una locomotiva che si rispetti coi propri vagoni, la Germania con poco sforzo arriva tranquillamente a rimorchio comportandosi come il peggior vagone o, per usare un paragone ciclistico che in tempi di Giro d’Italia sta pure bene, come quelli, odiatissimi in tutti i plotoni, che vengono definiti “succhiaruote”, cioè corridori che stanno coperti dagli altri per l’intera gara ed approfittano della fatica di battistrada degli altri per poi sbucar fuori freschi come rose e fregare tutti quanti al traguardo.
Per capire come questo sia possibile è necessario capire che cosa sia in realtà l’euro: non un bell’insieme di banconote con dei numeri scritti sopra ed aventi lo stesso valore in qualunque posto dell’unione monetaria ma semplicemente la maschera (cioè la moneta unica) di un regime economico che ha introdotto in Europa un tasso di cambio fisso fra le ex valute nazionali. In altre parole l’euro non ha unito le economie, non ha funzionato (e questo la Germania lo sapeva meglio di noi, che pure avevamo l’esperienza della mancata integrazione economica fra Nord e Sud) come un equilibrante dell’area uniformando nell’intera EZ il tasso di inflazione, ma ha tolto dal campo degli investitori il rischio che un investimento effettuato in terra straniera venisse deprezzato o comunque alterato da variazioni nel valore di mercato delle valute; ha azzerato appunto il rischio del tasso di cambio sostituendo una valuta unica alle valute nazionali.
L’aver tolto il rischio del cambio ha comportato il verificarsi di due fenomeni, distinti ma collegati entrambi al debito dei paesi periferici (i PIGS, ricordate?): un riallineamento della bilancia commerciale a tutto vantaggio del centro e un afflusso di capitali dal centro alla periferia, con conseguente creazione di deficit estero periferico e di surplus al centro. Analizziamo i due fenomeni separatamente iniziando dallo squilibrio della bilancia commerciale.

In parte per effetto dell’entrata nell’euro in parte per smaltire i tossici effetti dell’unificazione ancora presenti gli ultimi governi socialdemocratici, col partito che ha pure pagato una scissione per questo, hanno messo in atto una politica anti-inflazione che facesse leva principalmente sul costo del lavoro accordandosi coi sindacati per sospendere, per almeno un quinquennio, qualunque aumento dei costi del lavoro e di conflittualità sindacale finendo anzi per trasferire la maggior parte delle decisioni a livello di quelli che in Italia chiameremmo “consigli di fabbrica”. In cambio il governo avrebbe garantito almeno un decennio di stabilità e inflazione molto bassa così da poter minimizzare gli effetti dei mancati aumenti di stipendio (qualcosa di simile, ma senza promettere niente, l’ha tentata e la va tentando Marchionne, ma questo è un altro discorso).
Che sia successo per caso o che sia stato un obiettivo perseguito strategicamente dall’inizio non è dato sapere, ma il risultato è stato la nascita di quella politica economica tedesca che gli economisti descrivono con vari nomi, da “svalutazione competitiva” a “deflazione controllata” ma che, comunque la si chiami ha sempre lo stesso effetto. Nonostante i teorici della moneta unica non lo avessero previsto, l’inflazione nell’EZ non è uguale per ogni paese (l’inflazione infatti non dipende solo dalla moneta ma, come hanno scoperto proprio i monetaristi, anche dal costo del lavoro e da mercati di materie prime gestiti in oligopolio) per cui, pur provenendo da una moneta forte e quindi meno competitiva sul piano dei prezzi, tanto il tasso di cambio fisso quando il progressivo aumento dei costi di produzione nei paesi periferici, dovuto al crescere dei salari determinato dalla maggiore inflazione locale, ha reso vantaggioso l’acquisto dei prodotti tedeschi nei paesi periferici anche nei confronti dei prodotti locali.
Di fatto quindi la Germania ha trasformato la periferia nel proprio mercato privilegiato iniziando ad esportarvi quantità di beni inimmaginabili fino a pochi anni prima marcando un attivo impressionante nella bilancia dei pagamenti ed impoverendo progressivamente la periferia medesima. Non solo, ma traendone un guadagno praticamente doppio.

Infatti, ed è questo il secondo fenomeno, i capitali, non più frenati dall’instabilità del cambio, hanno iniziato ad affluire dal centro alla periferia in misura maggiore e parte di questi ha provveduto a gonfiare la liquidità consentendo ad un numero sempre crescente di cittadini periferici l’acquisto di prodotti di lusso, come le celeberrime automobili tedesche, prodotte dal centro.
Doppio impoverimento per la periferia quindi, e brutte notizie per il lungo periodo: non solo bilancia dei pagamenti in squilibrio per l’aumento delle esportazioni provenienti dalla Germania, ma buona parte degli investimenti che rientrano a casa due volte, prima per l’acquisto dei beni ed in seguito, e con gli interessi per giunta, per coprire l’investimento.
Stupisce che con tutta questa manna ricevuta letteralmente dal cielo adesso da parte tedesca si facciano gli schizzinosi per dei modesti sfondamenti di debito pubblico, ma a ben vedere si tratta di preoccupazioni abbastanza legittimate: se cresce il debito complessivo si rischia il rialzo poco controllabile dei tassi di inflazione dell’EZ ed il giochino dell’inflazione controllata rischia di perdere valore riportando la bilancia commerciale in un equilibrio più favorevole alla periferia (e al calare dell’egemonia economica calerebbe anche l’egemonia politica comportando benefici allo stato dei fatti innegabili per tutta l’economia europea).

Nel frattempo abbiamo perso di vista quegli investimenti, e sono comunque parecchi, che non hanno ripreso la via di casa: essi sono ovviamente finiti nella disponibilità delle banche, che li hanno impiegati non come prevede la teoria dell’equilibrio economico generale, ma come prevede la teoria alternativa: in delle belle bolle speculative.
Un impiego virtuoso dei capitali provenienti dal centro e relativamente a buon mercato sarebbe stato quello di dedicarli ad investimenti nel settore produttivo per recuperare la competitività nei confronti dei prodotti provenienti dall’estero e riequilibrare in qualche modo la bilancia dei pagamenti. Al contrario i capitali sono inizialmente finiti, come del resto capita negli Stati Uniti ed è successo pure in Argentina al tempo della crisi dei bonds, nel settore edile.
Non che io, o gli economisti che spiegano il fenomeno, abbia qualcosa contro l’edilizia ma è un dato di fatto che i benefici effetti dei capitali ottenuti a buon mercato è molto meno efficace se investito nel settore edilizio che è determinante per la crescita solo a livello locale e non per la bilancia dei pagamenti. Non solo, ma dato il boom dell’offerta e la contemporanea presenza, negli istituti di credito, di capitali a basso costo, la bolla speculativa ha trovato terreno molto fertile per iniziare a gonfiarsi, come del resto è già successo decine di volte in passato (tanto per ricordarsi che il mercato non è poi così furbo come pensano i neoclassici).
Di fatto inizia a crescere l’offerta di abitazioni, e le famiglie provvedono ad accendere mutui inizialmente abbastanza accessibili; questo fa crescere il prezzo delle case ed i mutui cominciano a diventare meno accessibili ma non per questo si ferma la bolla: poiché il prezzo continua a salire l’aspettativa che cresca ancora è forte per cui continuano gli acquisti finché a un certo punto i prezzi superano la soglia di rischio. Nel frattempo il flusso di capitali dall’estero rallenta, perché il mercato inizia ad essere spaventato dall’eccessiva domanda alla quale non rispondono cambiamenti nella bilancia del deficit. La bolla è in equilibrio instabile e manca solo un avvenimento negativo qualunque che spinga gli investitori al panico e li convinca a richiamare indietro il proprio capitale: il detonatore della crisi.

Il ruolo degli Stati Uniti: il detonatore

Come abbiamo illustrato nella nota al capitolo due il Paese con il più grande indebitamento estero (700 miliardi di dollari di incremento solo nel drammatico anno 2007), cioè gli Stati Uniti d’America, continua ad essere quello più attrattivo per i capitali e gli investimenti provenienti da fuori confine. Non rientra nei nostri scopi spiegare perché questo accada[1], ci è sufficiente sapere che ovviamente un eccessivo afflusso di capitali comporta per forza di cose l’aumento del rischio negli investimenti. Per prima cosa perché anche la più grande economia del mondo non è in grado di garantire impieghi redditizi infiniti ed inoltre perché, per quanto possa essere rischioso un investimento, è sempre più conveniente rischiare che lasciare il capitale fermo a maturare interessi passivi.
Gli unici impieghi possibili negli Stati Uniti, agli inizi del ventunesimo secolo, erano i mutui immobiliari, con la bolla speculativa gonfiata a dismisura da una legge federale che associava l’iscrizione alle scuole superiori alla distanza dall’edificio scolastico obbligando le famiglie che desideravano iscrivere i figli alle migliori high school a trovarsi una residenza vicino alla scuola; quale genitore non accenderebbe un mutuo per assicurare la miglior scuola ai figli anche sapendo che avrà notevoli difficoltà a pagarli? Dall’altro lato: quale banca, piena di soldi inutilizzati i cui interessi corrono comunque, rinuncerebbe a concederli per l’acquisto di case sapendo che ha a disposizione uno stupendo “derivato” di concezione relativamente nuova (i cosiddetti CDO, Centralized Debt Obligations[2]) che gli consente di spalmare il rischio?
Le banche statunitensi hanno quindi iniziato a concedere mutui immobiliari ad alto rischio di “sinistrosità”, convinte dello scudo dei derivati CDO (i mutui detti “subprime”, eufemismo che sta per “a più elevato rischio di non rimborso”) finché, nella seconda metà dl 2006, l’aumento delle insolvenze convince le banche USA ad alzare i tassi di interesse ai debitori “subprime” spingendo nel dramma, ed al fallimento, milioni di famiglie che iniziano a dichiarare default trasformando i crediti di numerose banche in carta straccia. I primi effetti negativi sulla crescita dell’economia mondiale si iniziano a sentire nel febbraio del 2007 ma, mentre la bolla speculativa sta ormai scoppiando coi meccanismi noti, il peggio arriva quando anche i derivati CDO presentano il conto: nel bimestre settembre ottobre 2008 fallisce la Lehman Brothers, la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si trasformano in normali istituti di credito, lasciando sul terreno miliardi di capitalizzazioni e, come sempre succede quando vanno in crisi gli istituti di credito, il contagio si estende a macchia d’olio.

La condizione della periferia europea precipita nel dramma: gli investitori del centro, già sul filo del rasoio, iniziano a richiamare sempre più frettolosamente i capitali, a chiudere i rubinetti e pretendere le restituzioni e il pagamento degli interessi lasciando le banche in brache di tela: devono allora intervenire gli Stati iniettando liquidità nel sistema tramite le banche centrali.
Così facendo si somma danno con danno: i capitali provenienti dalle amministrazioni statali aumentano il debito pubblico, ma finiscono a riequilibrare il deficit estero e quindi il costo del salvataggio degli istituti bancari scriteriati incide pesantemente sul debito pubblico senza portare alcun beneficio ai mercati ed alle imprese che finiscono in difficoltà per mancanza di liquidità. Inizia la recessione.
Recessione dalla quale il centro, che è vagone e non locomotiva, ricordiamolo, non è immune: l’ultimo dato sulla crescita dell’EZ diffuso in questi giorni non è per niente allegro, neanche per l’economia tedesca.

Gli aspetti “nascosti” della crisi.

Per quanto possa far comodo al capitale, ai vari corifei, agli economisti marginalisti e soprattutto alle banche, che con le loro scriteriate politiche di impiego disinvolto dei capitali sono le principali responsabili dell’inizio della recessione è del tutto evidente che questa NON è una crisi dell’economia statale e di debito pubblico; la crisi è tutta incentrata, al di là dell’oceano e infine al di qua, sul debito privato, con l’estero ma privato.
Il debito pubblico è scoppiato in seguito e per due fondamentali motivi: il primo è che, con particolare riferimento alla situazione italiana, lo Stato si trova costretto a salvare le banche con soldi pubblici tanto per sostenere l’economia (o meglio, per salvare il salvabile) quanto per effetto dell’enorme ammontare di titoli del debito pubblico detenuti dalle banche nazionali (si veda ad esempio il recente salvataggio MPS) che ovviamente non può essere immesso sul mercato a prezzi stracciati per fare liquidità, il secondo è che una volta iniziata la recessione lo Stato si trova a dover far fronte alla diminuzione delle entrate fiscali e ad un aumento delle spese per gli ammortizzatori sociali.
Fa molto comodo in questo caso, ai veri responsabili, additare il debito pubblico: oltre a mascherare le colpe reali spinge l’opinione pubblica a chiedere “meno stato” ed allontana quindi la mediazione politica dai giochetti dell’economia e del capitale finanziario.
Esorterei comunque chi ha avuto il coraggio e la pazienza di arrivare fin qui a continuare a pensare con la propria testa: un dato che non si legge sui giornali, neanche su quelli più progressisti, ma che dimostra inequivocabilmente la cattiva fede di chi cerca facili colpevoli è che il rapporto deficit/PIL in tutti i paesi europei della periferia ha iniziato a peggiorare non all’inizio della crisi dei subprime, e neanche all’inizio della crisi dei sistemi bancari (settembre-ottobre 2008), ma solo all’inizio del 2011, dopo oltre due anni di recessione conclamata. Insomma, i governi degli stati periferici hanno resistito con le unghie e con i denti fino a dopo lo scoppio della crisi greca, e questo ci da speranza nella possibilità di una soluzione “politica” della crisi, come vedremo nel prossimo capitolo.

Nota 1: La posizione di privilegio nel mercato dei capitali deriva ovviamente dal fatto che sin dagli accordi di Bretton Woods, 1944, il dollaro è stato moneta unica di riferimento per gli scambi delle valute. Nonostante il regime di convertibilità del dollaro in oro sia stato sospeso da Nixon, e mai più ripristinato, il dollaro è rimasto la moneta centrale nel mercato delle valute e continua ancora oggi a godere di una rendita di posizione e di un’attrattività nei confronti degli investimenti stranieri che, da sola, è sufficiente a distruggere la teoria dell’equilibrio economico generale.

Nota 2: I derivati cosiddetti CDO funzionavano, e funzionano, in pratica come assicurazioni del debito ed hanno accelerato il gonfiarsi della bolla speculativa perché le banche statunitensi ne hanno abusato convinte che fornissero un paracadute efficacissimo. In realtà un derivato tipo CDO assicura si il debito, ma in tre tranche distinte di cui la prima (detta equity), ha un rendimento medio del 30% ed è considerata unrated perché ad elevatissimo rischio. Poiché la maggior parte delle insolvenze si sono verificate prima del rimborso della prima tranche delle obbligazioni il derivato CDO ha accelerato, anziché frenare, lo scoppio della bolla.

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

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Crisi, quello che c’è da sapere (2)

Le teorie economiche convenzionali: la “conservatrice”

Prima ancora di approfondire la situazione è necessario fare un breve ripasso di quello che è il pensiero economico attualmente dominante, che alcuni definiscono “ortodosso” perché ritengono sia l’unico in grado di salvarci, ed altri “omodosso” nel senso che è il pensiero omologato e dominante. Più prosaicamente io ho preferito chiamarlo “conservatore” perché di fatto questo è: pur essendo più recente della teoria economica keynesiana, che rappresenta l’altra linea di pensiero in campo ed è oggi minoritaria, in realtà si ispira a teorie economiche del passato ed è inoltre un modello alquanto statico perché ripropone pedissequamente modelli di risoluzione già testati e materialmente verificati come inefficaci.
Tale pensiero economico è noto come “neoclassico”, “neoliberista” o “marginalista” a seconda che siano coloro che lo professano, gli estimatori oppure gli appartenenti a scuole economiche diverse a definirlo e si basa contemporaneamente sia sulle teorie “marginaliste” che su quelle “monetariste” sullo sfondo di un pensiero etico e filosofico tipico della scuola economica liberale: “il mercato, ed il capitale, sono il bene e tutto il resto è il male“. La loro teoria sul funzionamento dei mercati e dell’economia in generale è ottimistica già dal nome, visto che è nota come “Teoria dell’equilibrio economico generale“.
Lasciamo alle parole del prof. Zezza, associato di economia all’Università di Cassino e membro del Levy Institute of Economics, l’illustrazione dei principi filosofici-politici alla base della teoria: “(1) aliquote fiscali marginali  troppo alte scoraggiano la disponibilità a lavorare e deprimono il risparmio, riducendo gli investimenti. Bisogna invece aumentare la quota della distribuzione del reddito che va ai profitti d’impresa, e ridurre le aliquote fiscali sui 
redditi più alti, se vogliamo far crescere l’economia. I maggiori investimenti produrranno 
maggiore  reddito  e  ricchezza,  di  cui  l’intera  società  –  non  solo  le  imprese  e  i  loro 
proprietari – avranno benefici; (2)il settore pubblico è inefficiente, perché mancando la motivazione della ricerca del 
profitto,  viene  gestito  sprecando  risorse.  Privatizzare  la  produzione  dei  beni  pubblici 
porterà ad un aumento del benessere collettivo; 
(3) il  ruolo  dei  mercati  finanziari  è  quello  di  contribuire  a  trovare  le  migliori opportunità  di  investimento  per  i  risparmi.  L’innovazione  finanziaria  migliora  la 
performance del settore, e contribuisce ad allocare il rischio presso chi è maggiormente in 
grado  di  sostenerlo.  Inoltre,  i  mercati  finanziari  sono  in  grado  di  autoregolamentarsi,  e 
vanno quindi eliminati i vincoli al loro operato.

Di questa visione idilliaca del mercato e del mondo economico in generale, che chiarisce perfettamente i motivi della stima che provano per la teoria gli operatori capitalistico finanziari, esiste anche una giustificazione teorica, la teoria marginalista in senso stretto, che si basa su tre leggi.
La prima afferma che in un processo produttivo successivi incrementi di un fattore di produzione determinano incrementi di prodotto sempre minori (se manteniamo costanti gli altri fattori produttivi). In pratica i fattori produttivi (capitale e lavoro) più sono scarsi più funzionano.
La seconda afferma che i fattori di produzione (capitale e lavoro), vengono remunerati in base al contributo marginale (decrescente) che apportano al processo produttivo. Al contrario della prima, che trova fondamento nella struttura del processo di produzione, questa seconda legge è determinata dal comportamento umano e più precisamente dal profitto.
La terza è quella famosissima della domanda e dell’offerta: il prezzo di un bene è determinato dal quantitativo offerto sul mercato o dalla sua domanda (tecnicamente si chiama “scarsità relativa”). Ad un’offerta bassa e/o richiesta alta corrisponde un prezzo elevato mentre ad un’offerta alta e/o bassa richiesta corrisponde un prezzo più basso.
Conseguenza diretta di queste leggi è il fatto che il profitto indirizza il capitale dove rende di più e quindi dove è più utile perché ce n’è di meno; dopodiché il rendimento dei capitali diminuisce, l’afflusso cala fino a cessare e venire reindirizzato ma il paese che lo ha ricevuto ha adesso risorse sufficienti per ripagare il debito ed il ciclo può ricominciare virtuosamente da un’altra parte.
Se questa visione dell’economia vi pare paradisiaca che dire del suo corollario?
La tendenza autoregolatrice del mercato degli investimenti infatti deve per forza estendersi anche a tutti i campi economici (produttività, risparmio, investimenti eccetera) compresi il macroeconomico ed il finanziario per cui è l’intera economia che alla fine si allineerà sul pieno impiego di tutte le risorse disponibili ed in particolare del lavoro. Nonostante quindi l’andamento del mercato debba per forza essere considerato ciclicamente esso, tendendo costantemente ad allinearsi al meglio, comporta che il benessere, il trend economico e quindi in ultima analisi la crescita, è esclusivamente regolata dal campo dell’offerta.
Altro che Pangloss col suo “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili“, qui siamo addirittura alla Janna islamica, con tutte le sue quaranta vergini!
Poi magari uno si chiede come sia possibile crescere economicamente senza spendere: è ovvio, ci pensa il mercato! Basta offrire per crescere, qualcuno comprerà. Peccato che un ciclo di recessione generalizzata di ben sette anni, anche volendo non guardare agli indicatori occupazionali e alle prospettive di medio periodo, è un po’ troppo per pensare che la teoria sia corretta e funzioni…

Le teorie economiche convenzionali: l’ “alternativa”

In altri periodi l’avremmo chiamata “keynesiana” o “di derivazione keynesiana” (dal nome dell’economista inglese John Maynard Keynes che finì di teorizzarla dopo averne anticipato i metodi pragmatici consentendo agli Stati Uniti, e al mondo, di sopravvivere alla crisi economica del 1929) ma in questi giorni in cui a professarla sono rimasti pochi “giapponesi”, nonostante l’evidente fallimento sia dell’analisi che delle ricette del pensiero economico dominante, conviene chiamarla appunto “alternativa”.
Alternativa perché non solo è l’unica praticabile che è rimasta, ma soprattutto perché essendo capace, come vedremo, di spiegare perfettamente i meccanismi della crisi (al contrario di quella marginalista) è assai probabile che sia valida anche come cura, nonostante la resistenza da parte di coloro che hanno la responsabilità di applicare i rimedi, cioè politici ed economisti come anche di coloro che contribuiscono a formare l’opinione pubblica, cioè opinionisti, giornalisti e divulgatori in genere.
Prima di illustrare un paio dei punti fondamentali della teoria, ovvero quelli utili a capire il momento attuale ed a marcare le differenze con la teoria dominante, conviene spiegare che tutta la ponderosa opera principale di Keynes, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta è stata messa in soffitta perché il modello matematico non è stato in grado di prevedere la cosiddetta “stagflazione” (ovvero il verificarsi durante una recessione di un fenomeno inflattivo, cioè di perdita di valore d’acquisto della moneta). Carenza ovviamente non da poco, ma basta confrontarla con l’assoluta mancanza di logica e con la totale incapacità del modello tradizionale di predire alcunché [1] per far crescere il dubbio che sia più il fatto che suona una musica che piace sentire che non la sua efficacia ad aver consentito al modello neoclassico di mandare le teorie keynesiane in soffitta.

Due punti dicevamo, uno utile per capire il motivo per cui il modello marginalista non ha potuto prevedere la crisi e l’altro per spiegare quale punto di partenza si dovrebbe prendere per avviare la cura.
Partiamo intanto dal capitolo dodici della “Teoria generale” (intitolato “Lo stato dell’aspettativa a lungo termine”) dove si afferma senza mezzi termini che “il mercato non si preoccupa di compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento“, cioè di indirizzare i capitali verso gli investimenti più produttivi perché semplicemente “sarebbe sciocco pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi; questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta ‘liquidità’, nei quali quindi lo scopo privato dei più esperti investitori diventa passare al prossimo la moneta cattiva, in un contesto soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli“.
In altre parole il mercato agisce attraverso le cosiddette “bolle speculative” generate da aspettative prevalentemente psicologiche e non matematicamente prevedibili: se un massiccio investimento iniziale fa schizzare verso l’alto i prezzi molti altri investitori sono attratti dalla speranza di un successivo rapido aumento più che dalle prospettive a lungo termine e quindi il gioco finisce per diventare una sorta di autocombustione in cui si decide di investire perché ci si aspetta un aumento di prezzo ed infatti il prezzo cresce proprio grazie all’investimento e ne attira altri che fanno altrettanto. Il prezzo gonfia appunto come una bolla, che in quanto tale non è solida ma piena d’aria, finché ad un certo punto qualcuno si accorge che il gioco si è spinto troppo oltre: gli afflussi di capitale cessano, la bolla scoppia e qualcuno rimane in piedi come quando si spegne la musica nel gioco delle sedie. Peccato che nella maggior parte dei casi siano le banche e tocchi quasi sempre allo Stato salvarle, purtroppo coi soldi pubblici.

Il secondo punto della teoria keynesiana che ci interessa riguarda il concetto di “domanda effettiva” che viene teorizzato nel terzo capitolo della “teoria generale”. Il principio della domanda effettiva sostiene in pratica che il livello di produzione complessivo (e quindi in ultima analisi il reddito) è determinato dal livello della “domanda aggregata” (che è la richiesta complessiva di beni e servizi in un’entità economica, quale una nazione, in un dato momento). Più precisamente la domanda effettiva è il punto in cui il ricavo previsto da un determinato livello di occupazione incontra il prezzo complessivo dell’offerta, punto che non corrisponderà quindi mai al livello di pieno impiego. In altre parole, poiché la domanda effettiva non corrisponde al 100% della capacità produttiva il mercato non sarà mai in grado di adeguare la domanda al pieno utilizzo delle risorse e produzione (e occupazione) saranno limitate dalla capacità di spesa del sistema economico.

I due approcci filosofici portano a conclusioni completamente diverse riguardo alla ricchezza. Il fatto che la ricchezza privata (trascuriamo il fattore estero, che è comunque ininfluente nei due modelli, nel senso che assume lo stesso valore) è costituita dalla somma di
a)capitale reale privato
b)titoli del debito pubblico in mano al settore privato e
c)moneta in mano al settore privato
questo comporta un diverso approccio ed un diverso risultato per entrambe le teorie.
Per la teoria classica, siccome il mercato equilibra naturalmente al massimo, il valore della ricchezza privata è fisso, perciò c’è una relazione inversa fra capitale e debito pubblico (il livello di moneta è trascurabile) mentre nel modello keynesiano l’aumento del debito pubblico in mano al privato contribuisce all’aumento della ricchezza; in altre parole, poiché dove vi è un deficit da un’altra parte vi è un surplus, il debito pubblico è ricchezza.

Se gli argomenti sono sembrati noiosi è perché effettivamente lo sono, ma mostrare i due diversi approcci teorici era necessario se si vuol capire il meccanismo della crisi e delle sue soluzioni e soprattutto comprendere perché una delle due teorie è stata incapace di prevederla, di spiegarla ed infine di trovare i rimedi (e purtroppo stiamo parlando della teoria dominante) come vedremo nel prossimo articolo.

Nota Cito qui soltanto due fatti: secondo il modello marginalista ad attrarre i capitali dovrebbero essere i paesi più sottosviluppati mentre in realtà il paese col più grande indebitamento estero, ed il trend non accenna a diminuire, è quello più sviluppato, cioè gli USA; in Europa invece dal 1993 a giovare del reale afflusso di capitali sono stati i Paesi più arretrati (Spagna, Grecia e Portogallo), peccato che il flusso dei capitali non si è mai naturalmente arrestato anzi è aumentato sia in valore assoluto che in rapporto al PIL e, per giunta, non ha minimamente aiutato il processo di recupero.

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

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Crisi, quello che c’è da sapere (1)

Se uno ha voglia di approfondire l’argomento “crisi economica” non tarderà, cercando su Internet, a trovare tante di quelle voci, fuori dal coro che sentiamo ripetere da anni, da farsi venire il dubbio che ci stiano raccontando un sacco di balle, per motivi che apparentemente sfuggono, sia sull’origine della crisi che, soprattutto, su come uscirne.
Tutte queste tesi “non convenzionali”, nessuna esclusa, vengono sistematicamente bollate come “folkloristiche se non inutili trovate indolori, che trovano sempre terreno fertile in tempo di crisi, date in pasto al popolo già sofferente per alienargli le simpatie di chi sta mettendo in pratica i giusti rimedi a base di austerità“, oppure denigrate con frasi altrettanto sprezzanti e conclusive ignorando, magari a bella posta, che le misure di “austerità competitiva” sono in atto da talmente tanto tempo che solo un cieco riuscirebbe a non vedere che ben lungi dal risolvere la crisi queste illuminate misure la stanno letteralmente incrementando, e facendo anche finta che soluzioni, già sperimentate con eclatante successo in crisi passate, oggi non siano più valide solo perché il suo ideatore, più che il suo metodo, è caduto in disgrazia presso molti esperti di economia perché la sua filosofia era troppo vicina alle esigenze delle classi meno abbienti.
Mi propongo pertanto, con un ciclo di articoli, di fare un po’ di chiarezza, presuntuosamente e sperando di essere comprensibile, sull’intera materia della crisi economica attuale illustrandone teorie, cause e soluzioni senza abbandonare il sentiero convenzionale (dato che anch’io son convinto che comunque parte delle teorie economiche rivoluzionarie, come il “ritorno alla natura”, siano più folklore e snobismo che reali soluzioni) ma lasciandomi guidare da quelle linee che un numero sempre crescente di economisti sta adottando abbandonando il pensiero economico dominante: evidenza dei fatti, prova empirica dei risultati e assenza di dogmatismo.
Credo però che prima di tutto convenga iniziare dal rispondere ad una domanda fondamentale: a chi giova la crisi?

Cui prodest?

Come sostengono praticamente tutti gli studiosi della materia, anche se molti poi fanno finta di dimenticarsene, dove c’è un deficit dall’altra parte esiste un surplus. Questo quindi è un po’ come dire che, come già ben sanno giapponesi e cinesi che usano lo stesso ideogramma per rappresentare “crisi” e “opportunità”, che la crisi non colpisce e danneggia tutti indiscriminatamente, ma c’è chi ne trae vantaggio.
Questi possono essere divisi in due diversi gruppi, i cui interessi però alla fine convergono: gli avvantaggiati “interni” ad ogni singolo Paese e le economie (parliamo in questo caso di economie di Paesi europei) definite dalla letteratura economica “centrali”.
Basta osservare quello che sta accadendo nelle dinamiche sociali interne all’Italia per capire che, al di là delle lamentele che ci propinano quotidianamente sui giornali, gli appartenenti all’uno per cento della popolazione mondiale (percentuale che guarda caso è la stessa se rapportata alle popolazioni di ogni singola nazione) che si divide più della metà della ricchezza delle nazioni, hanno molti motivi per essere soddisfatti dell’attuale stato di crisi e sperare che duri il più a lungo possibile.
Intanto le misure di austerità, ben lungi dall’essere equamente distribuite in proporzione su tutte le fasce di reddito della popolazione, non li toccano se non molto blandamente e tutte le soluzioni previste dalla teoria “neoclassica” di “espandibilità fiscale” (cioè di finanziare l’uscita dalla crisi riducendo le tasse sul capitale) lasciano sempre più soldi nelle tasche di chi è già ricco.
Il vantaggio principale però è un altro, e chiunque faccia parte del mondo del lavoro dovrebbe essersene già accorto: la crisi economica non solo tacita la conflittualità sociale e riduce nettamente il potere di interdizione dei sindacati, ma consente di ridurre progressivamente tanto i diritti dei lavoratori quanto i loro salari, ponendo i dipendenti non solo sotto l’odioso ricatto del licenziamento ma paventando la contemporanea difficoltà a trovare impiego da altra parte, stante appunto il perdurare della crisi economica. Paese di bengodi quindi per tutti quegli imprenditori che, solidi economicamente, si ritrovano con i lavoratori non solo molto più disciplinati, ma ad un costo molto più ridotto con l’ovvio ed elementare impatto positivo sui profitti.
Se quindi, leggendo la mia introduzione, vi siete chiesti perché economisti, politici e soprattutto divulgatori e giornalisti, sono concordi sul fatto che per uscire dalla crisi esistano solo le misure che si stanno attuando e come si minimizzi il fatto che queste, ben lungi dall’essere risolutive, sono in realtà recessive esse stesse la risposta dovrebbe essere chiara: chi paga tutti costoro (economisti, giornalisti e politici con l’eccezione di quelli di sinistra che aderiscono comunque al pensiero dominante anche se per altri motivi[1]) è, alla fine della fiera, chi dalla crisi e dal suo prolungamento trae i benefici, gode cioè del surplus generato dal deficit del 99 per cento della popolazione. Che questo sia immorale, ingiusto, o semplicemente frutto della legge di natura lascio a chi legge giudicare, per quanto mi riguarda però non posso non notare che il rapporto fra chi beneficia e chi subisce è comunque assolutamente sproporzionato perciò cambiare radicalmente rotta anziché attendere che sia il mercato medesimo a correggere le sue stesse storture (vedremo meglio più avanti che questa soluzione, per quanto illogica e irrazionale è comunque la più gettonata) dovrebbe essere l’imperativo categorico di quanti hanno in mano le redini dell’economia e della politica.

Basta uscire dai singoli confini nazionali ed entrare nella cosiddetta Eurozona (che troverete spesso abbreviata in EZ nel prosieguo della narrazione) per imbattersi nell’altro grande protagonista che trae vantaggio dalla crisi: quell’insieme dei paesi che vengono definiti “centrali”.
Tanto per tagliar corto i paesi centrali sono quelli le cui economie avrebbero teoricamente dovuto far da traino agli altri paesi dell’unione, che per analogia furono definiti “periferici”, ed originalmente erano costituiti dai paesi dell’area del Marco (Germania e Benelux) più la Francia mentre i periferici furono identificati in Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, da cui l’acronimo PIIGS presto sprezzantemente trasformato in PIGS (per chi ha poca dimestichezza con l’inglese vuol dire maiali, il che la dice lunga non solo sulla stima che hanno per noi in Germania ma anche su quanta volontà hanno i paesi centrali di sostenere le nostre economie per uscire dalla crisi).
Volendo fare un parallelo, che ha storicamente, economicamente e logicamente una sua validità, possiamo affermare che l’unificazione monetaria europea, cioè la nascita dell’euro, è molto simile all’unificazione politica italiana con le due zone economiche identificate geograficamente, e distinte economicamente, che ancor oggi chiamiamo Nord e Sud. Che ironia pensare al fatto che gli attori economici lombardi e del Nord Italia in generale, che pretendono ad ogni piè sospinto di marcare la propria supremazia ed esigono di trarne anche vantaggi non del tutto meritati, in realtà per gli stati centrali dell’EZ non sono altro che volgare e disprezzato Sud…
Poiché in fin dei conti le economie dei paesi centrali sono i vagoni dell’economia europea piuttosto che esserne le locomotive (lo vedremo meglio quando parleremo dell’origine e del perdurare della crisi) non si capisce sotto il profilo logico quale vantaggio dovrebbe derivare loro dalla crisi della periferia che è in fin dei conti il loro principale mercato di riferimento.
Gli innegabili vantaggi della crisi per la Germania, infatti, vale a dire la possibilità di mantenere il sistema di deflazione o “svalutazione competitiva” tenendo basso il costo dei prodotti grazie alla compressione dei salari (avvantaggiata dall’emigrazione di manodopera altamente specializzata in cerca di impiego proveniente dai PIGS e quindi a costo più basso di quella locale) e la speculazione sullo spread e di conseguenza anche sui derivati legati ai titoli del debito pubblico con gli ottimi interessi collegati, non riusciranno alla lunga a compensare il calo della domanda proveniente dalla periferia [2] e l’assurda pretesa di mantenere l’euro come divisa forte, utile per il Paese che ha l’inflazione più bassa nell’area della moneta perché ovviamente determina l’abbassamento dei costi di produzione, ma formidabile freno alle esportazioni fuori dall’area medesima sarà il principale ostacolo al mantenimento della stabilità economica tedesca.
Non si tratta quindi di essere antitedeschi o di “fare le cassandre”, la realtà amara è che l’euro si spegnerà per fame, e soprattutto perché i governanti tedeschi, tanto la signora Merkel che i suoi attuali oppositori, sono talmente miopi da non accorgersi che gli attuali vantaggi della crisi della periferia sono in realtà la sega che sta tagliando il ramo sul quale sono seduti.

Economisti che non vedono, fanno finta di non vedere o sono talmente disonesti intellettualmente da vedere ma denunciare l’opposto e guida politica dell’economia centrale miope e resa arrogante dall’attuale benessere sono quello che stiamo vivendo oggi. Chissà quale futuro ancor più nero ci aspetta…

Nota 1La sinistra italiana, o suoi derivati, non può essere tacciata di essere al soldo degli interessi del capitale ma abbraccia comunque acriticamente le soluzioni d’uscita dalla crisi che vanno per la maggiore semplicemente perché è intimamente legata al feticcio dell’entrata nell’euro. Il fatto che sia merito dei governi di centrosinistra, o da questo sostenuti, l’ingresso nell’EZ è indubbiamente un vanto per i protagonisti, indipendentemente dal fatto che oggi si stia rivelando un clamoroso errore, ma è altrettanto innegabile che onestà intellettuale, ed interessi della classe sociale di riferimento, richiederebbero un’autocritica sana e profonda ed un altrettanto rapido e necessario ritorno alle politiche economiche più propriamente orientate al sociale, prima che il nostalgico attaccamento alla moneta, spacciato per attaccamento all’Europa in quanto tale, renda indistinguibili, perché di fatto lo sono, le soluzioni del centrodestra italiano da quelle del centrosinistra. Dell’attuale crisi è l’elettorato di centrosinistra a pagare prevalentemente i costi e sarà lo stesso elettorato che perirà nell’eventuale catastrofe prossima ventura: è ora di svegliarsi!

Nota 2: Andate a leggere i dati relativi al volume delle esportazioni: la Germania vende all’EZ molto più del 60% dei propri prodotti, non è vero che non non ha alcun interesse a sostenere i mercati periferici come la Grecia (e in parte l’Italia) perché il flusso delle sue esportazioni in Cina è in aumento costante(In realtà l’abbassamento dei costi di produzione di cui abbiamo parlato sopra non è compensato dall’eccessivo valore della moneta, questo è il motivo per cui le esportazioni tedesche fuori dall’EZ non decollano, e ovviamente non decolleranno), così come è altrettanto vero che le nostre esportazioni verso gli USA non sono diminuite di un millesimo anche nel periodo della crisi e quindi è parallelamente falso il fatto che sia la nostra economia a non funzionare; è il mercato tedesco che non è più abbordabile per i nostri manufatturieri. Parleremo in seguito anche di questo.

Segue

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Il tramonto di Gargamella

Non c’è dubbio alcuno che i giochi politici intorno all’elezione del presidente della Repubblica stiano mietendo vittime importanti soprattutto nelle file del partito di maggioranza relativa, tanto che all’annuncio di dimissioni del presidente del Partito Democratico, Rosy Bindi, si è aggiunto nella tarda serata di venerdì anche quello del segretario, Pierluigi Bersani, che ha già promesso dimissioni da rassegnare subito dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.
Che ci ripensi o no, visto che ancora l’incarico non è a disposizione del partito e che siamo abituati a voltafaccia ben più clamorosi (fatti da altri, sia chiaro), un punto fermo può comunque essere messo: il profilo politico di Bersani è da considerarsi definitivamente compromesso e riciclarlo ai livelli attuali (segretario o addirittura presidente del consiglio) non sarà più possibile, non nell’immediato futuro almeno.

Prima di attribuire all’attuale segretario le pesanti responsabilità che si merita sarebbe ingeneroso, e non del tutto corretto, non accennare anche ai fattori esterni che hanno indubbiamente pesato, principalmente il fatto che la politica italiana si è “personalizzata”. I partiti politici tradizionali oggi sembrano essersi dissolti (ad eccezione appunto del PD) sostituiti, formalmente o sostanzialmente, da movimenti incentrati prevalentemente sul carisma del leader piuttosto che sulla valenza dei contenuti e delle proposte e quella che una volta era ritenuta una ricchezza aggiunta, cioè la “dialettica interna”, mentre negli altri movimenti politici più o meno metaforicamente di proprietà dei leader non esiste o è tacitata, sembra essere diventata poco tollerata anche dalla base del partito democratico, base che parrebbe allinearsi a quella degli altri nel volere anch’essa un leader della comunicazione che la guidi.
Non si spiega altrimenti, a mio parere, il relativo successo di Renzi, “vecchio” cattolico conservatore se vogliamo anche un po’ bigotto, all’interno di un partito progressista il cui elettorato ha idee, aspirazioni e convinzioni filosofiche più o meno distanti da lui.
Se quindi si è giunti al “redde rationem” dopo un paio di candidati bruciati, poca cosa rispetto ai giochetti politici della vecchia DC in occasioni simili e che mai provocarono troppi sconquassi all’interno della “Balena bianca”, ciò si deve anche al fatto che la richiesta “politica” è mutata anche nell’elettore di centrosinistra divenuto molto più insofferente agli “smacchi” subiti dal proprio leader, specie se quest’ultimo li assorbe come ha assorbito senza reagire gli insulti incivili e intollerabili che gli sono stati rivolti in campagna elettorale.
Pur con tutte le attenuanti del caso il tramonto politico del segretario democratico è perciò prevalentemente autodeterminato e parte storicamente da molto prima di giovedì 18 aprile, giorno della clamorosa sconfitta del candidato “condiviso” alla Presidenza della Repubblica.

Politicamente parlando il primo errore commesso da Bersani porta la data del 16 novembre 2010 ed è stato quello di appiattirsi sulla posizione, anch’essa clamorosamente sbagliata, del presidente Napolitano di differire di un mese il voto di fiducia al governo Berlusconi, mutilato in quel giorno dalle dimissioni dei finiani, in nome della necessità di votare prima la legge di stabilità. A un governo mutilato in quel modo non si permette di votare la più importante legge economica senza essere prima passato dal voto di fiducia e l’impressione che Bersani ha destato nel proprio elettorato è stata nel caso di chiara indecisione.
Oltretutto, analizzando il comportamento del leader del centrosinistra alla luce di quanto successo dopo, cioè il passaggio di Razzi, Scilipoti ed un’altra pattuglia di carneadi parlamentari dal centrosinistra al centrodestra, non si può non notare come Bersani si sia dimostrato incapace di salire in groppa agli eventi e cavalcarli per accelerarne più o meno l’effetto, dando piuttosto l’impressione di attendere, stando alla finestra, che la pera matura del successo gli cada da sola nelle mani.

Un altro passo verso il fondo Bersani lo ha fatto con l’appoggio al governo Monti, appoggio che si è rivelato non solo un errore nell’immediato ma addirittura reiterato nel tempo.
Un errore nell’immediato perché la fiducia al governo “tecnico”, spacciata come indispensabile di fronte all’incalzare dello spread, è stata vista come una grossa debolezza: molti elettori del PD, quando Bersani pronunciò un anno dopo la frase “Tocca a noi!” pensarono (a ragione, secondo me) che “toccava a noi già da un pezzo” e questo ha sicuramente contribuito ad abbassare la stima da parte dei militanti.
Un errore nel tempo, perché mentre il centrodestra, compatto col proprio leader, ha fatto fronte comune orientando in maniera pesante la politica del governo Monti la “responsabilità” che Bersani ha chiesto al partito ha finito per portarlo a votare leggi e provvedimenti contrari alla propria ideologia ed il continuo chiedere correzioni di rotta senza poi dar seguito a nessuna minaccia ha mostrato un carattere troppo conciliante.
Probabilmente il continuo logorio cui Bersani ha sottoposto i parlamentari del suo partito, costringendoli ad ingoiare rospi e lasciandoli poi additati come principali responsabili del malcontento generato nel Paese da un governo tanto apprezzato dai partner europei e dai contabili quanto scarso nei risultati ottenuti sul fronte della soddisfazione nazionale, è uno dei motivi per cui il consenso sulla figura del segretario, sempre granitico nella facciata, si è rivelato oggi alla prova dei fatti del tutto inconsistente.

La vittoria nelle primarie, ed è facile rileggerla oggi, ha probabilmente illuso molti, ma analizzandola a fondo il figlio del benzinaio di Bettola non avrebbe potuto perderla. Le primarie erano imperdibili contro un candidato che, per dirne una, si propose all’elettorato democratico prospettando l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sembrando così di voler favorire quel miliardario ferocissimo ed odiatissimo nemico ed erano imperdibili con l’apparato di partito mobilitato non dal carisma bersaniano, bensì convinto dalla inevitabile e fatale vittoria servita dai sondaggi e dalle presunte incapacità dell’avversario.
Proprio questa convinzione nella fatalità della vittoria data per certa sta alla radice della prima, vera sconfitta di Bersani: le ultime elezioni. La strategia di basso profilo scelta, il rispondere agli attacchi, alle provocazioni e finanche agli insulti col richiamo alla serietà delle questioni politiche e del programma si è rivelata debole e fallimentare, lasciando fra l’altro in troppi il dubbio che abbia mascherato un vuoto programmatico oltre che di leadership.
L’impressione che nel Paese ci fosse il formidabile desiderio di tornare alla politica di una volta, che deriva sicuramente da un’errata lettura del successo delle primarie, ha fatto probabilmente si che Bersani desse in generale l’impressione di non combattere perché non ne sentisse il bisogno: il solo rappresentare il meno peggio di fronte al becero urlare grillino ed al disastro amministrativo berlusconiano pensava forse fosse sufficiente. Purtroppo per lui così non è stato.

Il penultimo scalino della discesa all’inferno è stato l’incarico “zoppo” che Bersani si è visto assegnare, in modo poco dignitoso, dal Presidente della Repubblica, cui ha fatto seguito l’umiliante manfrina con la richiesta di elemosine in cambio di mance al Movimento 5 Stelle.
Guardando quei momenti, che molti militanti democratici non possono non aver vissuto con imbarazzo, si può avvertire col senno di poi la totale perdita di fiducia in sé stesso, fiducia che dovrebbe caratterizzare un leader. Nessuno convinto dei propri mezzi potrebbe accettare un incarico di capo del governo “a condizione che…” come quello che Bersani ha sopportato. Storicamente e consuetudinariamente, a meno che non venga affidato il mandato così detto “esplorativo”, c’è un presidente incaricato che scioglie o meno una riserva, non un presidente che è obbligato a preformarsi il voto di fiducia parlamentare lasciandosi così esporre ai ricatti più o meno pesanti di altre forze politiche.
Il tentativo di accordo con Berlusconi per l’elezione di Marini, penultima gaffe politica che parrebbe addirittura dimostrare una certa miopia o un assoluta mancanza di memoria storica visti i passati risultati di ogni tentativo di accordo fatto col miliardario di Arcore, è sicuramente frutto dell’insicurezza maturata con quest’ultima esperienza, la quale è a sua volta conseguenza di un continuo chinare la schiena in nome di interessi superiori e di senso della responsabilità.

Questo, più che i nomi e i franchi tiratori, ha sconfitto Bersani; uomo integerrimo, brava persona, capace amministratore e competente ministro ma caratterialmente inadatto a guidare un complesso gigante dai piedi d’argilla come il Partito Democratico ed un ancor più complesso Paese, per giunta con buona parte del popolo che da sempre preferisce ragionare con la pancia piuttosto che con il cervello.

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Per una vera economia di sinistra

Dall’analisi dei motivi e delle condizioni che hanno spinto la nostra nazione e la comunità europea in genere sull’orlo del baratro emerge senza dubbio alcuno che la base di partenza è il fatto che l’unione monetaria ha privato i singoli stati sovrani della più potente arma che avevano per combattere le crisi di liquidità: la possibilità di battere moneta.
Non rientra fra i nostri scopi quello di confutare se sia o meno conveniente un ritorno allo status quo ante nascita dell’euro, quanto piuttosto dare per scontato che questo sia il quadro in cui debbono muoversi le politiche economiche dei singoli stati membri, fra cui il nostro, e perché quindi si renda indispensabile cambiare prospettiva ed azione economica orientandole più verso l’estremo sociale dello schieramento politico, limitando nel caso l’analisi al solo nostro paese.

Le critiche che vengono rivolte, da destra, alle proposte economiche del centrosinistra italiano sono sostanzialmente due: che propugnino un aumento delle tasse e che siano indirizzate verso il mandare fuori controllo la spesa pubblica. Le altre critiche, che si intenda livellare e far decrescere l’economia, che si intenda annullare la meritocrazia e quindi tornare allo stato mamma che non nega sostegno a nessuno, neppure ai peggiori, e quant’altro discendono fondamentalmente dai primi due assiomi.
Che sono entrambi sbagliati.
Sarebbe opportuno intanto che coloro che ripetono sistematicamente il mantra: “sinistra partito delle tasse” ci mostrassero uno ed un solo stato in cui le politiche economiche di stampo monetaristico, quelle che ormai possiamo definire senza tema d’essere smentiti “conservatrici“, hanno portato una reale o percepita diminuzione della pressione fiscale, Italia ovviamente compresa.
Tutte, nessuna esclusa, hanno invece portato ad una modifica di coloro che sostengono il peso della tassazione: alleggerimento dei prelievi sui capitali e sulle rendite (nel tentativo di attrarre i capitali messi in fuga dalla recessione) e generalmente aumento della pressione su tasse al consumo, imposte indirette e sui redditi da lavoro, per questi ultimi in misura quasi insostenibile. Perciò la critica non ha senso; eventualmente, si potrebbe parlare di un tipo specifico di tasse da aumentare, ma mantenendo il saldo della pressione fiscale inalterata.
In considerazione del fatto che lo spostamento dell’asse impositivo non solo non ha prodotto i benefici attesi, perché la capacità di attrazione dei capitali sembra purtroppo non dipendere direttamente dalla tassazione (o non solo da questa) ma ha anzi prodotto tensioni sociali notevoli per effetto dell’impoverimento del ceto medio a scapito di pochi capitalisti e per la sensazione psicologica che siano sempre gli stessi a pagare il costo forse converrebbe tornare all’antico “chi ha di più può permettersi di pagare percentualmente di più” sancito fra l’altro in maniera inequivocabile dalla nostra Costituzione.

Sulla seconda accusa ci sarebbe molto da dire, soprattutto perché appare del tutto priva di ogni fondamento: una vera politica di sinistra, dopo spiegheremo il perché, richiederebbe appunto quelle azioni che la destra nostrana accusa la sinistra di voler fare, ma chi dovrebbe gestire la politica economica della coalizione uscita “vincitrice” dalle ultime elezioni non ha mai avuto seria intenzione di compierle. Il problema del PD italiano, e alleati vari più o meno assortiti, sembra essere l’eccessiva affezione al modello della politica economica dei governi Ciampi e Prodi, tutta marcatamente non sinistrorsa, quasi come se quelle politiche che hanno compiuto il miracolo di farci entrare nei parametri di Maastricht fossero il marchio di fabbrica del centrosinistra italiano e vengano ormai buoni per tutte le stagioni.
Non a caso si sente riparlare di “concertazione” e di altre manovre e atteggiamenti che risalgono a quel periodo, presuntamente aureo, come se semplicemente rimettere indietro gli orologi della politica economica ci riportasse in un paese di bengodi del quale si è ormai perso perfino il ricordo.
Per questo è ancor più necessario implementare, e proporre al Paese, una politica di sinistra, dato che la formula scelta da Bersani e dai suoi, cioè “primo mantenere gli impegni di bilancio con l’Europa, poi in questo ambito liberare risorse per la crescita” equivale a proporre una cura di salassi ad un paziente che soffre di pressione bassa.

La prima esigenza di una politica economica “progressista” che si rispetti è quindi quella di far ripartire la “domanda aggregata” (che io però continuo a chiamare “domanda effettiva”) della nostra nazione, cioè la richiesta di beni e servizi formulata dal nostro sistema economico in un determinato periodo di tempo.
La spesa pubblica ovviamente è uno dei principali componenti della domanda effettiva, oltre che uno dei principali mezzi per il suo stimolo, perciò appare abbastanza difficile poter coordinare in maniera corretta una politica economica che stringa la spesa pubblica e smuova la domanda effettiva, come pretendono di fare tutti i santoni che da anni ci stanno spacciando il fatto che l’austerità dei conti pubblici è la premessa indispensabile per la crescita. Poiché questa duplice azione di fatto non è possibile un aumento della spesa pubblica a tasso zero per il debito pubblico prevede per forza un massiccio ricorso all’imposizione fiscale. Anch’essa però è un fattore di riduzione della domanda.
L’unica altra strada percorribile è quella dell’allentamento dei vincoli di bilancio, non potendo lo Stato far ricorso in nessun modo all’aumento di liquidità che sarebbe reso possibile se la banca centrale potesse emettere valuta.
Da questo vicolo cieco non si può uscire, perciò ogni politica economica di ispirazione sociale deve, e deve farlo alla svelta, liberarsi dai formidabili pregiudizi ereditati acriticamente da trent’anni di dominante analisi conservatrice (presumo sapientemente foraggiata dal grande capitale) e smettere di adorare, in genuflessione congiunta con la destra, i due veri falsi idoli economici del ventunesimo secolo: il pareggio di bilancio e il rapporto deficit/PIL.

Entrambi, secondo le attuali interpretazioni, giocherebbero il ruolo principale nella soluzione della crisi economica perché, in assenza del primo ed in eccesso del secondo, il capitale, gli investitori, il mercato, insomma tutte quelle istituzioni che manovrano il denaro (in qualunque modo si vogliano chiamare) fuggirebbero costringendo lo stato reprobo ad alzare i tassi di interesse indebitandosi sempre più e quindi morendo lentamente, oppure finirebbero infallibilmente attratti da quelli virtuosi i quali godrebbero così di imperitura prosperità economica, potendo addirittura permettersi di pagare tassi di interesse ridicoli e quindi finanziando la crescita a costo zero.
Dov’è l’errore in tutto ciò?
L’errore sta nel fatto che questa analisi è molto plausibile ma molto semplicistica, eppure rappresenta tutto quanto il modello economico conservatore è stato in grado di produrre. Plausibile ma priva di modelli di previsione matematici, basta ad esempio pensare, come affermano Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti nella prefazione al loro ebook Oltre l’austerità (che ha costituito l’ispirazione principale per questo testo) che nessuno è in grado di spiegare perché nel 2010 il Giappone con rapporto deficit/PIL pari al 220% e la Spagna (rapporto al 65%) hanno un tasso di crescita grosso modo uguale ed anzi il Giappone poteva, e può tuttora permettersi, di offrire il proprio debito al favoloso tasso dell’1%.
Questo accade ovviamente perché il mercato, questa grande, misteriosa entità, pur essendo una giungla dove il debole è destinato a morire o a fare da cibo per il forte, non è stupido: i fattori che valuta non sono solo quelli che la scuola monetaristica ha fideisticamente preteso di prendere in considerazione, ma sono molti di più. Per restare al Giappone vale il fatto che oltre il 95% del debito è in mani nazionali, che la propensione al risparmio nipponica è ancora considerata in aumento, che il paese del Sol Levante ha una bilancia commerciale in avanzo da trent’anni più altre considerazioni più o meno spicciole e marginali, ma sufficienti a farci comprendere che si tratta di un coacervo di dati matematici, aspettative e fattori “psicologici” a determinare il successo del collocamento del debito ed il “fascino” che un paese ha nei confronti dei capitali stranieri e non un puro e semplice modello matematico che sta tra l’altro fallendo tutte le previsioni dopo essersi rivelato insufficiente anche a comprendere il momento attuale (e no, cari signori monetaristi, non è del modello keynesiano che stiamo parlando).
Per tornare a noi esiste il ragionevole dubbio che un aggravio dell’indebitamento, se affiancato ad una crescita economica in aperta controtendenza alla recessione generalizzata della zona Euro, sarebbe comunque in grado di attrarre capitali in barba a tutte le teorie anti stagflazione, ed anche se non ce la facesse l’aumento della domanda effettiva genererebbe un surplus di entrate fiscali da consentire comunque di ammortizzare l’eventuale aumento degli interessi ed avrebbe il non trascurabile pregio di alzare il livello di soddisfazione della cittadinanza, che dovrebbe poi costituire la massima aspirazione della politica, la quale politica invece pare si sia rassegnata al ruolo di contabile cui la vogliono ridotta i potentati economici per poter operare con le mani libere sul mercato.

Occorre pertanto coraggio per uscire dalla trappola e proporre finalmente una vera economia sociale.
Un buon punto di partenza potrebbe essere il piano economico di Hollande, quello vero naturalmente e non il mito che circola nelle diapositive sui social network, che prevede una parte a “deficit zero” e una parte da finanziare col debito.
Semplificando: per la parte a deficit zero redistribuzione del carico fiscale e utilizzo dei maggiori introiti per finanziare un nuovo piano di edilizia economico-popolare, altri investimenti a sostegno della domanda effettiva e assunzione di sessantamila insegnati, per la parte con impatto sul debito pubblico creazione di una banca pubblica che consenta l’accesso al credito alla piccola e media impresa e riconversione del piano energetico. Quello che è più importante però è la filosofia di recupero della competitività che vi sta dietro: nessun taglio al costo del lavoro ma investimento in ricerca, innovazione e formazione (ecco il perché dell’assunzione di un esercito di nuovi insegnanti).
A monte di tutto c’è un semplice calcolo economico: se le misure prese consentissero di portare la crescita al due per cento i maggiori introiti fiscali porterebbero l’intero impatto sul debito al di sotto dei parametri europei.

Di questo si sente il bisogno oggi in Italia e in Europa, di una politica economica orientata al sociale, alla solidarietà ed al welfare (per questo “di sinistra”) che rompa l’accerchiamento della contabilità statale e del piccolo cabotaggio da ragionieri che pervade da anni i governi europei e le principali istituzioni semplicemente perché, come sosteneva una volta un mio datore di lavoro “se non ce la fai coi soldi hai due strade, quella facile è tagliare le spese, ma ti farà morire; quella difficile e coraggiosa è aumentare le entrate ed è quella che ti farà vivere meglio“.
Ma quanto di questo coraggio e di queste proposte troviamo nel centro sinistra italiano oggi?

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