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Crisi, quello che c’è da sapere (1)

Se uno ha voglia di approfondire l’argomento “crisi economica” non tarderà, cercando su Internet, a trovare tante di quelle voci, fuori dal coro che sentiamo ripetere da anni, da farsi venire il dubbio che ci stiano raccontando un sacco di balle, per motivi che apparentemente sfuggono, sia sull’origine della crisi che, soprattutto, su come uscirne.
Tutte queste tesi “non convenzionali”, nessuna esclusa, vengono sistematicamente bollate come “folkloristiche se non inutili trovate indolori, che trovano sempre terreno fertile in tempo di crisi, date in pasto al popolo già sofferente per alienargli le simpatie di chi sta mettendo in pratica i giusti rimedi a base di austerità“, oppure denigrate con frasi altrettanto sprezzanti e conclusive ignorando, magari a bella posta, che le misure di “austerità competitiva” sono in atto da talmente tanto tempo che solo un cieco riuscirebbe a non vedere che ben lungi dal risolvere la crisi queste illuminate misure la stanno letteralmente incrementando, e facendo anche finta che soluzioni, già sperimentate con eclatante successo in crisi passate, oggi non siano più valide solo perché il suo ideatore, più che il suo metodo, è caduto in disgrazia presso molti esperti di economia perché la sua filosofia era troppo vicina alle esigenze delle classi meno abbienti.
Mi propongo pertanto, con un ciclo di articoli, di fare un po’ di chiarezza, presuntuosamente e sperando di essere comprensibile, sull’intera materia della crisi economica attuale illustrandone teorie, cause e soluzioni senza abbandonare il sentiero convenzionale (dato che anch’io son convinto che comunque parte delle teorie economiche rivoluzionarie, come il “ritorno alla natura”, siano più folklore e snobismo che reali soluzioni) ma lasciandomi guidare da quelle linee che un numero sempre crescente di economisti sta adottando abbandonando il pensiero economico dominante: evidenza dei fatti, prova empirica dei risultati e assenza di dogmatismo.
Credo però che prima di tutto convenga iniziare dal rispondere ad una domanda fondamentale: a chi giova la crisi?

Cui prodest?

Come sostengono praticamente tutti gli studiosi della materia, anche se molti poi fanno finta di dimenticarsene, dove c’è un deficit dall’altra parte esiste un surplus. Questo quindi è un po’ come dire che, come già ben sanno giapponesi e cinesi che usano lo stesso ideogramma per rappresentare “crisi” e “opportunità”, che la crisi non colpisce e danneggia tutti indiscriminatamente, ma c’è chi ne trae vantaggio.
Questi possono essere divisi in due diversi gruppi, i cui interessi però alla fine convergono: gli avvantaggiati “interni” ad ogni singolo Paese e le economie (parliamo in questo caso di economie di Paesi europei) definite dalla letteratura economica “centrali”.
Basta osservare quello che sta accadendo nelle dinamiche sociali interne all’Italia per capire che, al di là delle lamentele che ci propinano quotidianamente sui giornali, gli appartenenti all’uno per cento della popolazione mondiale (percentuale che guarda caso è la stessa se rapportata alle popolazioni di ogni singola nazione) che si divide più della metà della ricchezza delle nazioni, hanno molti motivi per essere soddisfatti dell’attuale stato di crisi e sperare che duri il più a lungo possibile.
Intanto le misure di austerità, ben lungi dall’essere equamente distribuite in proporzione su tutte le fasce di reddito della popolazione, non li toccano se non molto blandamente e tutte le soluzioni previste dalla teoria “neoclassica” di “espandibilità fiscale” (cioè di finanziare l’uscita dalla crisi riducendo le tasse sul capitale) lasciano sempre più soldi nelle tasche di chi è già ricco.
Il vantaggio principale però è un altro, e chiunque faccia parte del mondo del lavoro dovrebbe essersene già accorto: la crisi economica non solo tacita la conflittualità sociale e riduce nettamente il potere di interdizione dei sindacati, ma consente di ridurre progressivamente tanto i diritti dei lavoratori quanto i loro salari, ponendo i dipendenti non solo sotto l’odioso ricatto del licenziamento ma paventando la contemporanea difficoltà a trovare impiego da altra parte, stante appunto il perdurare della crisi economica. Paese di bengodi quindi per tutti quegli imprenditori che, solidi economicamente, si ritrovano con i lavoratori non solo molto più disciplinati, ma ad un costo molto più ridotto con l’ovvio ed elementare impatto positivo sui profitti.
Se quindi, leggendo la mia introduzione, vi siete chiesti perché economisti, politici e soprattutto divulgatori e giornalisti, sono concordi sul fatto che per uscire dalla crisi esistano solo le misure che si stanno attuando e come si minimizzi il fatto che queste, ben lungi dall’essere risolutive, sono in realtà recessive esse stesse la risposta dovrebbe essere chiara: chi paga tutti costoro (economisti, giornalisti e politici con l’eccezione di quelli di sinistra che aderiscono comunque al pensiero dominante anche se per altri motivi[1]) è, alla fine della fiera, chi dalla crisi e dal suo prolungamento trae i benefici, gode cioè del surplus generato dal deficit del 99 per cento della popolazione. Che questo sia immorale, ingiusto, o semplicemente frutto della legge di natura lascio a chi legge giudicare, per quanto mi riguarda però non posso non notare che il rapporto fra chi beneficia e chi subisce è comunque assolutamente sproporzionato perciò cambiare radicalmente rotta anziché attendere che sia il mercato medesimo a correggere le sue stesse storture (vedremo meglio più avanti che questa soluzione, per quanto illogica e irrazionale è comunque la più gettonata) dovrebbe essere l’imperativo categorico di quanti hanno in mano le redini dell’economia e della politica.

Basta uscire dai singoli confini nazionali ed entrare nella cosiddetta Eurozona (che troverete spesso abbreviata in EZ nel prosieguo della narrazione) per imbattersi nell’altro grande protagonista che trae vantaggio dalla crisi: quell’insieme dei paesi che vengono definiti “centrali”.
Tanto per tagliar corto i paesi centrali sono quelli le cui economie avrebbero teoricamente dovuto far da traino agli altri paesi dell’unione, che per analogia furono definiti “periferici”, ed originalmente erano costituiti dai paesi dell’area del Marco (Germania e Benelux) più la Francia mentre i periferici furono identificati in Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, da cui l’acronimo PIIGS presto sprezzantemente trasformato in PIGS (per chi ha poca dimestichezza con l’inglese vuol dire maiali, il che la dice lunga non solo sulla stima che hanno per noi in Germania ma anche su quanta volontà hanno i paesi centrali di sostenere le nostre economie per uscire dalla crisi).
Volendo fare un parallelo, che ha storicamente, economicamente e logicamente una sua validità, possiamo affermare che l’unificazione monetaria europea, cioè la nascita dell’euro, è molto simile all’unificazione politica italiana con le due zone economiche identificate geograficamente, e distinte economicamente, che ancor oggi chiamiamo Nord e Sud. Che ironia pensare al fatto che gli attori economici lombardi e del Nord Italia in generale, che pretendono ad ogni piè sospinto di marcare la propria supremazia ed esigono di trarne anche vantaggi non del tutto meritati, in realtà per gli stati centrali dell’EZ non sono altro che volgare e disprezzato Sud…
Poiché in fin dei conti le economie dei paesi centrali sono i vagoni dell’economia europea piuttosto che esserne le locomotive (lo vedremo meglio quando parleremo dell’origine e del perdurare della crisi) non si capisce sotto il profilo logico quale vantaggio dovrebbe derivare loro dalla crisi della periferia che è in fin dei conti il loro principale mercato di riferimento.
Gli innegabili vantaggi della crisi per la Germania, infatti, vale a dire la possibilità di mantenere il sistema di deflazione o “svalutazione competitiva” tenendo basso il costo dei prodotti grazie alla compressione dei salari (avvantaggiata dall’emigrazione di manodopera altamente specializzata in cerca di impiego proveniente dai PIGS e quindi a costo più basso di quella locale) e la speculazione sullo spread e di conseguenza anche sui derivati legati ai titoli del debito pubblico con gli ottimi interessi collegati, non riusciranno alla lunga a compensare il calo della domanda proveniente dalla periferia [2] e l’assurda pretesa di mantenere l’euro come divisa forte, utile per il Paese che ha l’inflazione più bassa nell’area della moneta perché ovviamente determina l’abbassamento dei costi di produzione, ma formidabile freno alle esportazioni fuori dall’area medesima sarà il principale ostacolo al mantenimento della stabilità economica tedesca.
Non si tratta quindi di essere antitedeschi o di “fare le cassandre”, la realtà amara è che l’euro si spegnerà per fame, e soprattutto perché i governanti tedeschi, tanto la signora Merkel che i suoi attuali oppositori, sono talmente miopi da non accorgersi che gli attuali vantaggi della crisi della periferia sono in realtà la sega che sta tagliando il ramo sul quale sono seduti.

Economisti che non vedono, fanno finta di non vedere o sono talmente disonesti intellettualmente da vedere ma denunciare l’opposto e guida politica dell’economia centrale miope e resa arrogante dall’attuale benessere sono quello che stiamo vivendo oggi. Chissà quale futuro ancor più nero ci aspetta…

Nota 1La sinistra italiana, o suoi derivati, non può essere tacciata di essere al soldo degli interessi del capitale ma abbraccia comunque acriticamente le soluzioni d’uscita dalla crisi che vanno per la maggiore semplicemente perché è intimamente legata al feticcio dell’entrata nell’euro. Il fatto che sia merito dei governi di centrosinistra, o da questo sostenuti, l’ingresso nell’EZ è indubbiamente un vanto per i protagonisti, indipendentemente dal fatto che oggi si stia rivelando un clamoroso errore, ma è altrettanto innegabile che onestà intellettuale, ed interessi della classe sociale di riferimento, richiederebbero un’autocritica sana e profonda ed un altrettanto rapido e necessario ritorno alle politiche economiche più propriamente orientate al sociale, prima che il nostalgico attaccamento alla moneta, spacciato per attaccamento all’Europa in quanto tale, renda indistinguibili, perché di fatto lo sono, le soluzioni del centrodestra italiano da quelle del centrosinistra. Dell’attuale crisi è l’elettorato di centrosinistra a pagare prevalentemente i costi e sarà lo stesso elettorato che perirà nell’eventuale catastrofe prossima ventura: è ora di svegliarsi!

Nota 2: Andate a leggere i dati relativi al volume delle esportazioni: la Germania vende all’EZ molto più del 60% dei propri prodotti, non è vero che non non ha alcun interesse a sostenere i mercati periferici come la Grecia (e in parte l’Italia) perché il flusso delle sue esportazioni in Cina è in aumento costante(In realtà l’abbassamento dei costi di produzione di cui abbiamo parlato sopra non è compensato dall’eccessivo valore della moneta, questo è il motivo per cui le esportazioni tedesche fuori dall’EZ non decollano, e ovviamente non decolleranno), così come è altrettanto vero che le nostre esportazioni verso gli USA non sono diminuite di un millesimo anche nel periodo della crisi e quindi è parallelamente falso il fatto che sia la nostra economia a non funzionare; è il mercato tedesco che non è più abbordabile per i nostri manufatturieri. Parleremo in seguito anche di questo.

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This entry was written by nobodysdiary , posted on sabato maggio 11 2013at 11:05 am , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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