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Crisi, quello che c’è da sapere (2)

Le teorie economiche convenzionali: la “conservatrice”

Prima ancora di approfondire la situazione è necessario fare un breve ripasso di quello che è il pensiero economico attualmente dominante, che alcuni definiscono “ortodosso” perché ritengono sia l’unico in grado di salvarci, ed altri “omodosso” nel senso che è il pensiero omologato e dominante. Più prosaicamente io ho preferito chiamarlo “conservatore” perché di fatto questo è: pur essendo più recente della teoria economica keynesiana, che rappresenta l’altra linea di pensiero in campo ed è oggi minoritaria, in realtà si ispira a teorie economiche del passato ed è inoltre un modello alquanto statico perché ripropone pedissequamente modelli di risoluzione già testati e materialmente verificati come inefficaci.
Tale pensiero economico è noto come “neoclassico”, “neoliberista” o “marginalista” a seconda che siano coloro che lo professano, gli estimatori oppure gli appartenenti a scuole economiche diverse a definirlo e si basa contemporaneamente sia sulle teorie “marginaliste” che su quelle “monetariste” sullo sfondo di un pensiero etico e filosofico tipico della scuola economica liberale: “il mercato, ed il capitale, sono il bene e tutto il resto è il male“. La loro teoria sul funzionamento dei mercati e dell’economia in generale è ottimistica già dal nome, visto che è nota come “Teoria dell’equilibrio economico generale“.
Lasciamo alle parole del prof. Zezza, associato di economia all’Università di Cassino e membro del Levy Institute of Economics, l’illustrazione dei principi filosofici-politici alla base della teoria: “(1) aliquote fiscali marginali  troppo alte scoraggiano la disponibilità a lavorare e deprimono il risparmio, riducendo gli investimenti. Bisogna invece aumentare la quota della distribuzione del reddito che va ai profitti d’impresa, e ridurre le aliquote fiscali sui 
redditi più alti, se vogliamo far crescere l’economia. I maggiori investimenti produrranno 
maggiore  reddito  e  ricchezza,  di  cui  l’intera  società  –  non  solo  le  imprese  e  i  loro 
proprietari – avranno benefici; (2)il settore pubblico è inefficiente, perché mancando la motivazione della ricerca del 
profitto,  viene  gestito  sprecando  risorse.  Privatizzare  la  produzione  dei  beni  pubblici 
porterà ad un aumento del benessere collettivo; 
(3) il  ruolo  dei  mercati  finanziari  è  quello  di  contribuire  a  trovare  le  migliori opportunità  di  investimento  per  i  risparmi.  L’innovazione  finanziaria  migliora  la 
performance del settore, e contribuisce ad allocare il rischio presso chi è maggiormente in 
grado  di  sostenerlo.  Inoltre,  i  mercati  finanziari  sono  in  grado  di  autoregolamentarsi,  e 
vanno quindi eliminati i vincoli al loro operato.

Di questa visione idilliaca del mercato e del mondo economico in generale, che chiarisce perfettamente i motivi della stima che provano per la teoria gli operatori capitalistico finanziari, esiste anche una giustificazione teorica, la teoria marginalista in senso stretto, che si basa su tre leggi.
La prima afferma che in un processo produttivo successivi incrementi di un fattore di produzione determinano incrementi di prodotto sempre minori (se manteniamo costanti gli altri fattori produttivi). In pratica i fattori produttivi (capitale e lavoro) più sono scarsi più funzionano.
La seconda afferma che i fattori di produzione (capitale e lavoro), vengono remunerati in base al contributo marginale (decrescente) che apportano al processo produttivo. Al contrario della prima, che trova fondamento nella struttura del processo di produzione, questa seconda legge è determinata dal comportamento umano e più precisamente dal profitto.
La terza è quella famosissima della domanda e dell’offerta: il prezzo di un bene è determinato dal quantitativo offerto sul mercato o dalla sua domanda (tecnicamente si chiama “scarsità relativa”). Ad un’offerta bassa e/o richiesta alta corrisponde un prezzo elevato mentre ad un’offerta alta e/o bassa richiesta corrisponde un prezzo più basso.
Conseguenza diretta di queste leggi è il fatto che il profitto indirizza il capitale dove rende di più e quindi dove è più utile perché ce n’è di meno; dopodiché il rendimento dei capitali diminuisce, l’afflusso cala fino a cessare e venire reindirizzato ma il paese che lo ha ricevuto ha adesso risorse sufficienti per ripagare il debito ed il ciclo può ricominciare virtuosamente da un’altra parte.
Se questa visione dell’economia vi pare paradisiaca che dire del suo corollario?
La tendenza autoregolatrice del mercato degli investimenti infatti deve per forza estendersi anche a tutti i campi economici (produttività, risparmio, investimenti eccetera) compresi il macroeconomico ed il finanziario per cui è l’intera economia che alla fine si allineerà sul pieno impiego di tutte le risorse disponibili ed in particolare del lavoro. Nonostante quindi l’andamento del mercato debba per forza essere considerato ciclicamente esso, tendendo costantemente ad allinearsi al meglio, comporta che il benessere, il trend economico e quindi in ultima analisi la crescita, è esclusivamente regolata dal campo dell’offerta.
Altro che Pangloss col suo “tutto va per il meglio nel migliore dei mondi possibili“, qui siamo addirittura alla Janna islamica, con tutte le sue quaranta vergini!
Poi magari uno si chiede come sia possibile crescere economicamente senza spendere: è ovvio, ci pensa il mercato! Basta offrire per crescere, qualcuno comprerà. Peccato che un ciclo di recessione generalizzata di ben sette anni, anche volendo non guardare agli indicatori occupazionali e alle prospettive di medio periodo, è un po’ troppo per pensare che la teoria sia corretta e funzioni…

Le teorie economiche convenzionali: l’ “alternativa”

In altri periodi l’avremmo chiamata “keynesiana” o “di derivazione keynesiana” (dal nome dell’economista inglese John Maynard Keynes che finì di teorizzarla dopo averne anticipato i metodi pragmatici consentendo agli Stati Uniti, e al mondo, di sopravvivere alla crisi economica del 1929) ma in questi giorni in cui a professarla sono rimasti pochi “giapponesi”, nonostante l’evidente fallimento sia dell’analisi che delle ricette del pensiero economico dominante, conviene chiamarla appunto “alternativa”.
Alternativa perché non solo è l’unica praticabile che è rimasta, ma soprattutto perché essendo capace, come vedremo, di spiegare perfettamente i meccanismi della crisi (al contrario di quella marginalista) è assai probabile che sia valida anche come cura, nonostante la resistenza da parte di coloro che hanno la responsabilità di applicare i rimedi, cioè politici ed economisti come anche di coloro che contribuiscono a formare l’opinione pubblica, cioè opinionisti, giornalisti e divulgatori in genere.
Prima di illustrare un paio dei punti fondamentali della teoria, ovvero quelli utili a capire il momento attuale ed a marcare le differenze con la teoria dominante, conviene spiegare che tutta la ponderosa opera principale di Keynes, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta è stata messa in soffitta perché il modello matematico non è stato in grado di prevedere la cosiddetta “stagflazione” (ovvero il verificarsi durante una recessione di un fenomeno inflattivo, cioè di perdita di valore d’acquisto della moneta). Carenza ovviamente non da poco, ma basta confrontarla con l’assoluta mancanza di logica e con la totale incapacità del modello tradizionale di predire alcunché [1] per far crescere il dubbio che sia più il fatto che suona una musica che piace sentire che non la sua efficacia ad aver consentito al modello neoclassico di mandare le teorie keynesiane in soffitta.

Due punti dicevamo, uno utile per capire il motivo per cui il modello marginalista non ha potuto prevedere la crisi e l’altro per spiegare quale punto di partenza si dovrebbe prendere per avviare la cura.
Partiamo intanto dal capitolo dodici della “Teoria generale” (intitolato “Lo stato dell’aspettativa a lungo termine”) dove si afferma senza mezzi termini che “il mercato non si preoccupa di compiere le migliori previsioni a lungo termine sul rendimento probabile di un investimento“, cioè di indirizzare i capitali verso gli investimenti più produttivi perché semplicemente “sarebbe sciocco pagare 25 per un investimento il cui reddito prospettivo sia ritenuto tale da giustificare un valore di 30, se nello spesso tempo si ritiene che il mercato lo valuterà 20 fra tre mesi; questo è il risultato inevitabile di mercati di investimento organizzati avendo di mira la cosiddetta ‘liquidità’, nei quali quindi lo scopo privato dei più esperti investitori diventa passare al prossimo la moneta cattiva, in un contesto soggetto ad ondate di ottimismo e pessimismo irragionevoli“.
In altre parole il mercato agisce attraverso le cosiddette “bolle speculative” generate da aspettative prevalentemente psicologiche e non matematicamente prevedibili: se un massiccio investimento iniziale fa schizzare verso l’alto i prezzi molti altri investitori sono attratti dalla speranza di un successivo rapido aumento più che dalle prospettive a lungo termine e quindi il gioco finisce per diventare una sorta di autocombustione in cui si decide di investire perché ci si aspetta un aumento di prezzo ed infatti il prezzo cresce proprio grazie all’investimento e ne attira altri che fanno altrettanto. Il prezzo gonfia appunto come una bolla, che in quanto tale non è solida ma piena d’aria, finché ad un certo punto qualcuno si accorge che il gioco si è spinto troppo oltre: gli afflussi di capitale cessano, la bolla scoppia e qualcuno rimane in piedi come quando si spegne la musica nel gioco delle sedie. Peccato che nella maggior parte dei casi siano le banche e tocchi quasi sempre allo Stato salvarle, purtroppo coi soldi pubblici.

Il secondo punto della teoria keynesiana che ci interessa riguarda il concetto di “domanda effettiva” che viene teorizzato nel terzo capitolo della “teoria generale”. Il principio della domanda effettiva sostiene in pratica che il livello di produzione complessivo (e quindi in ultima analisi il reddito) è determinato dal livello della “domanda aggregata” (che è la richiesta complessiva di beni e servizi in un’entità economica, quale una nazione, in un dato momento). Più precisamente la domanda effettiva è il punto in cui il ricavo previsto da un determinato livello di occupazione incontra il prezzo complessivo dell’offerta, punto che non corrisponderà quindi mai al livello di pieno impiego. In altre parole, poiché la domanda effettiva non corrisponde al 100% della capacità produttiva il mercato non sarà mai in grado di adeguare la domanda al pieno utilizzo delle risorse e produzione (e occupazione) saranno limitate dalla capacità di spesa del sistema economico.

I due approcci filosofici portano a conclusioni completamente diverse riguardo alla ricchezza. Il fatto che la ricchezza privata (trascuriamo il fattore estero, che è comunque ininfluente nei due modelli, nel senso che assume lo stesso valore) è costituita dalla somma di
a)capitale reale privato
b)titoli del debito pubblico in mano al settore privato e
c)moneta in mano al settore privato
questo comporta un diverso approccio ed un diverso risultato per entrambe le teorie.
Per la teoria classica, siccome il mercato equilibra naturalmente al massimo, il valore della ricchezza privata è fisso, perciò c’è una relazione inversa fra capitale e debito pubblico (il livello di moneta è trascurabile) mentre nel modello keynesiano l’aumento del debito pubblico in mano al privato contribuisce all’aumento della ricchezza; in altre parole, poiché dove vi è un deficit da un’altra parte vi è un surplus, il debito pubblico è ricchezza.

Se gli argomenti sono sembrati noiosi è perché effettivamente lo sono, ma mostrare i due diversi approcci teorici era necessario se si vuol capire il meccanismo della crisi e delle sue soluzioni e soprattutto comprendere perché una delle due teorie è stata incapace di prevederla, di spiegarla ed infine di trovare i rimedi (e purtroppo stiamo parlando della teoria dominante) come vedremo nel prossimo articolo.

Nota Cito qui soltanto due fatti: secondo il modello marginalista ad attrarre i capitali dovrebbero essere i paesi più sottosviluppati mentre in realtà il paese col più grande indebitamento estero, ed il trend non accenna a diminuire, è quello più sviluppato, cioè gli USA; in Europa invece dal 1993 a giovare del reale afflusso di capitali sono stati i Paesi più arretrati (Spagna, Grecia e Portogallo), peccato che il flusso dei capitali non si è mai naturalmente arrestato anzi è aumentato sia in valore assoluto che in rapporto al PIL e, per giunta, non ha minimamente aiutato il processo di recupero.

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

This entry was written by nobodysdiary , posted on domenica maggio 12 2013at 09:05 am , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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