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Crisi, quello che c’è da sapere (3)

Nessuna crisi, e quelle economiche non fanno eccezione, avviene per un solo fattore, ma molto spesso per la concomitanza di almeno un paio, Anche la crisi economica attuale è determinata dall’intrecciarsi di un paio di fattori, entrambi dipendenti in misura più o meno maggiore dalla nascita dell’euro, innescati da un detonatore esterno. Vediamoli uno per uno.

Il ruolo della Germania: il vagone.

Sarebbe bene sgombrare subito il campo da un luogo tanto comune quanto sbagliato: il fatto che l’economia tedesca, al contrario di quasi tutte le altre dell’EZ, vada a gonfie vele e il fatto che la Germania sembri non risentire di alcun vento di crisi non significa che la Germania sia la locomotiva economica d’Europa. In effetti anziché trainare verso l’alto i vari Paesi come dovrebbe fare una locomotiva che si rispetti coi propri vagoni, la Germania con poco sforzo arriva tranquillamente a rimorchio comportandosi come il peggior vagone o, per usare un paragone ciclistico che in tempi di Giro d’Italia sta pure bene, come quelli, odiatissimi in tutti i plotoni, che vengono definiti “succhiaruote”, cioè corridori che stanno coperti dagli altri per l’intera gara ed approfittano della fatica di battistrada degli altri per poi sbucar fuori freschi come rose e fregare tutti quanti al traguardo.
Per capire come questo sia possibile è necessario capire che cosa sia in realtà l’euro: non un bell’insieme di banconote con dei numeri scritti sopra ed aventi lo stesso valore in qualunque posto dell’unione monetaria ma semplicemente la maschera (cioè la moneta unica) di un regime economico che ha introdotto in Europa un tasso di cambio fisso fra le ex valute nazionali. In altre parole l’euro non ha unito le economie, non ha funzionato (e questo la Germania lo sapeva meglio di noi, che pure avevamo l’esperienza della mancata integrazione economica fra Nord e Sud) come un equilibrante dell’area uniformando nell’intera EZ il tasso di inflazione, ma ha tolto dal campo degli investitori il rischio che un investimento effettuato in terra straniera venisse deprezzato o comunque alterato da variazioni nel valore di mercato delle valute; ha azzerato appunto il rischio del tasso di cambio sostituendo una valuta unica alle valute nazionali.
L’aver tolto il rischio del cambio ha comportato il verificarsi di due fenomeni, distinti ma collegati entrambi al debito dei paesi periferici (i PIGS, ricordate?): un riallineamento della bilancia commerciale a tutto vantaggio del centro e un afflusso di capitali dal centro alla periferia, con conseguente creazione di deficit estero periferico e di surplus al centro. Analizziamo i due fenomeni separatamente iniziando dallo squilibrio della bilancia commerciale.

In parte per effetto dell’entrata nell’euro in parte per smaltire i tossici effetti dell’unificazione ancora presenti gli ultimi governi socialdemocratici, col partito che ha pure pagato una scissione per questo, hanno messo in atto una politica anti-inflazione che facesse leva principalmente sul costo del lavoro accordandosi coi sindacati per sospendere, per almeno un quinquennio, qualunque aumento dei costi del lavoro e di conflittualità sindacale finendo anzi per trasferire la maggior parte delle decisioni a livello di quelli che in Italia chiameremmo “consigli di fabbrica”. In cambio il governo avrebbe garantito almeno un decennio di stabilità e inflazione molto bassa così da poter minimizzare gli effetti dei mancati aumenti di stipendio (qualcosa di simile, ma senza promettere niente, l’ha tentata e la va tentando Marchionne, ma questo è un altro discorso).
Che sia successo per caso o che sia stato un obiettivo perseguito strategicamente dall’inizio non è dato sapere, ma il risultato è stato la nascita di quella politica economica tedesca che gli economisti descrivono con vari nomi, da “svalutazione competitiva” a “deflazione controllata” ma che, comunque la si chiami ha sempre lo stesso effetto. Nonostante i teorici della moneta unica non lo avessero previsto, l’inflazione nell’EZ non è uguale per ogni paese (l’inflazione infatti non dipende solo dalla moneta ma, come hanno scoperto proprio i monetaristi, anche dal costo del lavoro e da mercati di materie prime gestiti in oligopolio) per cui, pur provenendo da una moneta forte e quindi meno competitiva sul piano dei prezzi, tanto il tasso di cambio fisso quando il progressivo aumento dei costi di produzione nei paesi periferici, dovuto al crescere dei salari determinato dalla maggiore inflazione locale, ha reso vantaggioso l’acquisto dei prodotti tedeschi nei paesi periferici anche nei confronti dei prodotti locali.
Di fatto quindi la Germania ha trasformato la periferia nel proprio mercato privilegiato iniziando ad esportarvi quantità di beni inimmaginabili fino a pochi anni prima marcando un attivo impressionante nella bilancia dei pagamenti ed impoverendo progressivamente la periferia medesima. Non solo, ma traendone un guadagno praticamente doppio.

Infatti, ed è questo il secondo fenomeno, i capitali, non più frenati dall’instabilità del cambio, hanno iniziato ad affluire dal centro alla periferia in misura maggiore e parte di questi ha provveduto a gonfiare la liquidità consentendo ad un numero sempre crescente di cittadini periferici l’acquisto di prodotti di lusso, come le celeberrime automobili tedesche, prodotte dal centro.
Doppio impoverimento per la periferia quindi, e brutte notizie per il lungo periodo: non solo bilancia dei pagamenti in squilibrio per l’aumento delle esportazioni provenienti dalla Germania, ma buona parte degli investimenti che rientrano a casa due volte, prima per l’acquisto dei beni ed in seguito, e con gli interessi per giunta, per coprire l’investimento.
Stupisce che con tutta questa manna ricevuta letteralmente dal cielo adesso da parte tedesca si facciano gli schizzinosi per dei modesti sfondamenti di debito pubblico, ma a ben vedere si tratta di preoccupazioni abbastanza legittimate: se cresce il debito complessivo si rischia il rialzo poco controllabile dei tassi di inflazione dell’EZ ed il giochino dell’inflazione controllata rischia di perdere valore riportando la bilancia commerciale in un equilibrio più favorevole alla periferia (e al calare dell’egemonia economica calerebbe anche l’egemonia politica comportando benefici allo stato dei fatti innegabili per tutta l’economia europea).

Nel frattempo abbiamo perso di vista quegli investimenti, e sono comunque parecchi, che non hanno ripreso la via di casa: essi sono ovviamente finiti nella disponibilità delle banche, che li hanno impiegati non come prevede la teoria dell’equilibrio economico generale, ma come prevede la teoria alternativa: in delle belle bolle speculative.
Un impiego virtuoso dei capitali provenienti dal centro e relativamente a buon mercato sarebbe stato quello di dedicarli ad investimenti nel settore produttivo per recuperare la competitività nei confronti dei prodotti provenienti dall’estero e riequilibrare in qualche modo la bilancia dei pagamenti. Al contrario i capitali sono inizialmente finiti, come del resto capita negli Stati Uniti ed è successo pure in Argentina al tempo della crisi dei bonds, nel settore edile.
Non che io, o gli economisti che spiegano il fenomeno, abbia qualcosa contro l’edilizia ma è un dato di fatto che i benefici effetti dei capitali ottenuti a buon mercato è molto meno efficace se investito nel settore edilizio che è determinante per la crescita solo a livello locale e non per la bilancia dei pagamenti. Non solo, ma dato il boom dell’offerta e la contemporanea presenza, negli istituti di credito, di capitali a basso costo, la bolla speculativa ha trovato terreno molto fertile per iniziare a gonfiarsi, come del resto è già successo decine di volte in passato (tanto per ricordarsi che il mercato non è poi così furbo come pensano i neoclassici).
Di fatto inizia a crescere l’offerta di abitazioni, e le famiglie provvedono ad accendere mutui inizialmente abbastanza accessibili; questo fa crescere il prezzo delle case ed i mutui cominciano a diventare meno accessibili ma non per questo si ferma la bolla: poiché il prezzo continua a salire l’aspettativa che cresca ancora è forte per cui continuano gli acquisti finché a un certo punto i prezzi superano la soglia di rischio. Nel frattempo il flusso di capitali dall’estero rallenta, perché il mercato inizia ad essere spaventato dall’eccessiva domanda alla quale non rispondono cambiamenti nella bilancia del deficit. La bolla è in equilibrio instabile e manca solo un avvenimento negativo qualunque che spinga gli investitori al panico e li convinca a richiamare indietro il proprio capitale: il detonatore della crisi.

Il ruolo degli Stati Uniti: il detonatore

Come abbiamo illustrato nella nota al capitolo due il Paese con il più grande indebitamento estero (700 miliardi di dollari di incremento solo nel drammatico anno 2007), cioè gli Stati Uniti d’America, continua ad essere quello più attrattivo per i capitali e gli investimenti provenienti da fuori confine. Non rientra nei nostri scopi spiegare perché questo accada[1], ci è sufficiente sapere che ovviamente un eccessivo afflusso di capitali comporta per forza di cose l’aumento del rischio negli investimenti. Per prima cosa perché anche la più grande economia del mondo non è in grado di garantire impieghi redditizi infiniti ed inoltre perché, per quanto possa essere rischioso un investimento, è sempre più conveniente rischiare che lasciare il capitale fermo a maturare interessi passivi.
Gli unici impieghi possibili negli Stati Uniti, agli inizi del ventunesimo secolo, erano i mutui immobiliari, con la bolla speculativa gonfiata a dismisura da una legge federale che associava l’iscrizione alle scuole superiori alla distanza dall’edificio scolastico obbligando le famiglie che desideravano iscrivere i figli alle migliori high school a trovarsi una residenza vicino alla scuola; quale genitore non accenderebbe un mutuo per assicurare la miglior scuola ai figli anche sapendo che avrà notevoli difficoltà a pagarli? Dall’altro lato: quale banca, piena di soldi inutilizzati i cui interessi corrono comunque, rinuncerebbe a concederli per l’acquisto di case sapendo che ha a disposizione uno stupendo “derivato” di concezione relativamente nuova (i cosiddetti CDO, Centralized Debt Obligations[2]) che gli consente di spalmare il rischio?
Le banche statunitensi hanno quindi iniziato a concedere mutui immobiliari ad alto rischio di “sinistrosità”, convinte dello scudo dei derivati CDO (i mutui detti “subprime”, eufemismo che sta per “a più elevato rischio di non rimborso”) finché, nella seconda metà dl 2006, l’aumento delle insolvenze convince le banche USA ad alzare i tassi di interesse ai debitori “subprime” spingendo nel dramma, ed al fallimento, milioni di famiglie che iniziano a dichiarare default trasformando i crediti di numerose banche in carta straccia. I primi effetti negativi sulla crescita dell’economia mondiale si iniziano a sentire nel febbraio del 2007 ma, mentre la bolla speculativa sta ormai scoppiando coi meccanismi noti, il peggio arriva quando anche i derivati CDO presentano il conto: nel bimestre settembre ottobre 2008 fallisce la Lehman Brothers, la Goldman Sachs e la Morgan Stanley si trasformano in normali istituti di credito, lasciando sul terreno miliardi di capitalizzazioni e, come sempre succede quando vanno in crisi gli istituti di credito, il contagio si estende a macchia d’olio.

La condizione della periferia europea precipita nel dramma: gli investitori del centro, già sul filo del rasoio, iniziano a richiamare sempre più frettolosamente i capitali, a chiudere i rubinetti e pretendere le restituzioni e il pagamento degli interessi lasciando le banche in brache di tela: devono allora intervenire gli Stati iniettando liquidità nel sistema tramite le banche centrali.
Così facendo si somma danno con danno: i capitali provenienti dalle amministrazioni statali aumentano il debito pubblico, ma finiscono a riequilibrare il deficit estero e quindi il costo del salvataggio degli istituti bancari scriteriati incide pesantemente sul debito pubblico senza portare alcun beneficio ai mercati ed alle imprese che finiscono in difficoltà per mancanza di liquidità. Inizia la recessione.
Recessione dalla quale il centro, che è vagone e non locomotiva, ricordiamolo, non è immune: l’ultimo dato sulla crescita dell’EZ diffuso in questi giorni non è per niente allegro, neanche per l’economia tedesca.

Gli aspetti “nascosti” della crisi.

Per quanto possa far comodo al capitale, ai vari corifei, agli economisti marginalisti e soprattutto alle banche, che con le loro scriteriate politiche di impiego disinvolto dei capitali sono le principali responsabili dell’inizio della recessione è del tutto evidente che questa NON è una crisi dell’economia statale e di debito pubblico; la crisi è tutta incentrata, al di là dell’oceano e infine al di qua, sul debito privato, con l’estero ma privato.
Il debito pubblico è scoppiato in seguito e per due fondamentali motivi: il primo è che, con particolare riferimento alla situazione italiana, lo Stato si trova costretto a salvare le banche con soldi pubblici tanto per sostenere l’economia (o meglio, per salvare il salvabile) quanto per effetto dell’enorme ammontare di titoli del debito pubblico detenuti dalle banche nazionali (si veda ad esempio il recente salvataggio MPS) che ovviamente non può essere immesso sul mercato a prezzi stracciati per fare liquidità, il secondo è che una volta iniziata la recessione lo Stato si trova a dover far fronte alla diminuzione delle entrate fiscali e ad un aumento delle spese per gli ammortizzatori sociali.
Fa molto comodo in questo caso, ai veri responsabili, additare il debito pubblico: oltre a mascherare le colpe reali spinge l’opinione pubblica a chiedere “meno stato” ed allontana quindi la mediazione politica dai giochetti dell’economia e del capitale finanziario.
Esorterei comunque chi ha avuto il coraggio e la pazienza di arrivare fin qui a continuare a pensare con la propria testa: un dato che non si legge sui giornali, neanche su quelli più progressisti, ma che dimostra inequivocabilmente la cattiva fede di chi cerca facili colpevoli è che il rapporto deficit/PIL in tutti i paesi europei della periferia ha iniziato a peggiorare non all’inizio della crisi dei subprime, e neanche all’inizio della crisi dei sistemi bancari (settembre-ottobre 2008), ma solo all’inizio del 2011, dopo oltre due anni di recessione conclamata. Insomma, i governi degli stati periferici hanno resistito con le unghie e con i denti fino a dopo lo scoppio della crisi greca, e questo ci da speranza nella possibilità di una soluzione “politica” della crisi, come vedremo nel prossimo capitolo.

Nota 1: La posizione di privilegio nel mercato dei capitali deriva ovviamente dal fatto che sin dagli accordi di Bretton Woods, 1944, il dollaro è stato moneta unica di riferimento per gli scambi delle valute. Nonostante il regime di convertibilità del dollaro in oro sia stato sospeso da Nixon, e mai più ripristinato, il dollaro è rimasto la moneta centrale nel mercato delle valute e continua ancora oggi a godere di una rendita di posizione e di un’attrattività nei confronti degli investimenti stranieri che, da sola, è sufficiente a distruggere la teoria dell’equilibrio economico generale.

Nota 2: I derivati cosiddetti CDO funzionavano, e funzionano, in pratica come assicurazioni del debito ed hanno accelerato il gonfiarsi della bolla speculativa perché le banche statunitensi ne hanno abusato convinte che fornissero un paracadute efficacissimo. In realtà un derivato tipo CDO assicura si il debito, ma in tre tranche distinte di cui la prima (detta equity), ha un rendimento medio del 30% ed è considerata unrated perché ad elevatissimo rischio. Poiché la maggior parte delle insolvenze si sono verificate prima del rimborso della prima tranche delle obbligazioni il derivato CDO ha accelerato, anziché frenare, lo scoppio della bolla.

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

This entry was written by nobodysdiary , posted on mercoledì maggio 15 2013at 10:05 pm , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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