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Crisi, quello che c’è da sapere (4)

Illustrare le possibili soluzioni della crisi si rivela un problema abbastanza arduo perché obbliga comunque a tener presente i vincoli legislativi costituiti dagli accordi europei sulla moneta unica che costringono la politica in una gabbia dalla quale è difficile uscire e che lascia molto spesso ai governi spazi di manovra ristrettissimi, se non addirittura inesistenti.
Sperando di riuscire a mantenere un filo logico ho diviso le soluzioni potenziali illustrando prima quelle “consigliate” dalle teorie economiche ed in seguito quelle politiche, cioè le manovre da operare all’interno dell’EZ, con l’avvertenza che, guarda caso, ogni “soluzione” politica della crisi prevede deroghe o superamento di vincoli imposti da trattati, statuti o parametri quasi a sottolineare che questa unione monetaria (monetaria, non economica) sia stata effettivamente creata in fretta e senza troppa riflessione, come sostiene la maggior parte degli scettici.

La soluzione neoclassica

Illustrare la soluzione proposta dai neoclassici non è così complesso, basta semplicemente osservare cosa stanno facendo senza risolvere niente i governi europei per sapere quale ricetta viene proposta dai pensatori dei quali più o meno tutti i politici seguono i precetti con cieca fiducia; più complesso invece è trovare le spiegazioni razionali che li sostengono se è vero, come è vero, che la “cura” neoclassica appare “paradossale” nel promettere crescita riducendo contemporaneamente quei fattori che, empiricamente, la dovrebbero invece far crescere. Via libera dunque alla sospensione di tutti quegli interventi cosiddetti “anticiclici”, cioè agli investimenti effettuati direttamente dallo Stato a sostegno dell’economia, in forza della cosiddetta teoria del real business cycle secondo la quale il ciclo economico non è la manifestazione dell’instabilità del sistema economico stesso, ma l’efficiente risposta a shock esterni, risposta perfettamente compatibile, fra l’altro, con l’equilibrio dei fattori economici.
Quindi, poiché la crisi è interna al ciclo ed i fattori economici sono in equilibrio, seppur dinamico, allora anche la disoccupazione in periodo di recessione è in qualche modo “volontaria” e destinata ad essere riassorbita perché il mercato tende naturalmente alla piena occupazione. Anzi, visto che comunque è solo un ciclo ed il mercato è di per sé virtuoso gli interventi più logici sono quelli che vanno in controtendenza: tagli alla spesa pubblica, tanto più efficaci quanto più sono drastici, taglio dei salari e diminuzione delle tasse.
La politica di tagli alla spesa pubblica, nota come expansionary austerity (austerità espansiva) fa ovviamente a cazzotti col fatto che, essendo il debito pubblico una componente del PIL, ridurlo difficilmente farà crescere il PIL medesimo, ma i suoi sostenitori si aggrappano al secondo principio della teoria neoclassica (l’inefficienza dello Stato, ne abbiamo parlato nel secondo articolo) e fanno notare come in caso di aumento della spesa pubblica i cittadini, aspettandosi un aumento futuro dell’imposizione fiscale per ridurre il debito aggiuntivo generato dalla manovra anticiclica, in realtà non procedono a spese ma risparmiano per pagare le future tasse mentre un contenimento della spesa pubblica crea un’aspettativa di riduzione delle tasse e quindi da maggiore impulso ai consumi. Questo concetto è opinabile per due motivi: il primo perché presuppone una teorica maturità dei mercati che alla prova empirica dei fatti non è mai stata dimostrata ed il secondo è che mette sullo stesso piano della bilancia fattori economici che hanno peso specifico diverso. L’austerità espansiva somiglia, come esempio pratico, al togliere benzina da un serbatoio perché il veicolo possa percorrere più chilometri perché è più leggero; il fattore diminuzione peso non sarà mai in grado di compensare l’assenza di carburante, così come il risparmio potrà rallentare, ma non bloccare del tutto, gli effetti espansivi dell’intervento anticiclico dello Stato nell’economia.

Un altro dei più impopolari, e praticati, interventi di soluzione della crisi è quello del taglio dei salari per recuperare competitività nelle esportazioni.
Lo liquidiamo in due parole: fa molto comodo a coloro che si giovano della crisi ma è altrettanto inutile, a meno che la recessione non avvenga in un singolo paese. Applicando contemporaneamente i tagli il loro effetto sulle esportazioni è ovviamente nullo perché le riduzioni dei vari paesi si compensano; gli unici che hanno da guadagnarci, come del resto guadagnano già con tutte le altre soluzioni che la teoria neoclassica va fantasiosamente inventando, sono i detentori del capitale[1].

Altro principio cardine anti recessivo della teoria neoclassica è il taglio delle tasse, specialmente alle aliquote più alte: questa politica comporterebbe benefici elevati ed immediati a livello di consumi e libererebbe risorse per investimenti.
La reale efficacia dell’abbattimento dell’imposizione fiscale si è dimostrata miseramente fallimentare alla prova della storia. A partire dalle presidenze Reagan il taglio delle tasse alle aliquote alte è stato praticato sistematicamente da tutti i governi repubblicani che si sono succeduti nell’ultimo trentennio ed ha come primo effetto provocato un autentica voragine nei conti pubblici degli USA facendo schizzare verso l’alto il debito pubblico, ma producendo effetti sempre meno rilevanti.
Paradossalmente la teoria marginalista (ricordiamo: all’aumento di un fattore economico non corrisponde un effetto pari al volume dell’aumento ma minore, quindi al raddoppiare, ad esempio, della forza lavoro corrisponde un aumento della produttività inferiore al doppio), che ha rappresentato un modello fallimentare tanto nelle previsioni che nella comprensione dei fenomeni, ha fatto centro solo nel dimostrare l’inutilità di una politica economica ispirata alla sua stessa scuola: al progressivo aumentare dei tagli fiscali i benefici sul prodotto interno lordo degli Stati Uniti sono andati progressivamente diminuendo finché all’ultimo, applicato da Bush figlio nell’ultimo anno del suo mandato, ha corrisposto un incremento del PIL statunitense inferiore a un decimo di punto percentuale.
Niente male, per una teoria economica, il dimostrarsi valida principalmente nello smentire l’efficacia delle proprie misure…

La soluzione alternativa

Contrariamente alla teoria neoclassica, che considera i cicli economici di espansione e recessione come fisiologici ed in certo senso ineluttabili (da qui l’inefficacia delle soluzioni, che assecondano la situazione piuttosto che cavalcarla) la teoria che abbiamo definito “alternativa” considera i cicli di espansione-recessione come momento storico poiché ritiene che la situazione tende naturalmente a muoversi dalla crescita alla depressione o, al limite, a rimanere stabile. Si rendono pertanto necessari interventi “anticiclici” (nel passato rappresentati da guerre o epidemie) che debbono essere messi in atto dallo stato, essendo il mercato per sua natura portato a rafforzare i pochi sulle spalle dei molti con lo scopo di aumentare la ricchezza prodotta.
Dato che la ricchezza complessiva dipende dalla domanda aggregata (o domanda effettiva) cioè dalla richiesta complessiva di beni e servizi di una nazione, che a sua volta è funzione diretta dell’offerta di moneta e della spesa pubblica e funzione inversa del livello di imposizione fiscale (tutti fattori in cui il governo ha, o dovrebbe avere, l’ultima parola) la manovra anticiclica è sostanzialmente una manovra di aumento della domanda.

Poiché l’offerta reale di moneta ha conseguenze di inflazione che alla lunga potrebbero frenare il processo di crescita (senza considerare che in area euro nessuna politica monetaristica è possibile a livello di governi locali) l’area di intervento più immediata ed indolore è quella della spesa pubblica. Tali politiche anticicliche prendono quindi il nome di “deficit spending” cioè di spesa che causa un deficit pubblico, da risanare mediante l’emissione di titoli di debito pubblico.
Ad un’analisi superficiale questo potrebbe sembrare un rimedio peggiore del male, ma si deve innanzitutto considerare che non solo il debito pubblico in realtà è ricchezza (v. articolo due) e comunque non è, come erroneamente considerato, debito nazionale (quanto piuttosto il debito di una parte della stessa nazione verso un’altra) ed inoltre si deve valutare che il deficit reale sarà nettamente inferiore alla spesa iniziale.
La spesa pubblica infatti non solo è componente del PIL e della domanda aggregata, ma comporta anche l’attivarsi di un fattore economico noto come “moltiplicatore degli investimenti” in base al quale l’impatto di una spesa pubblica pari a 100 non sarà 100 sulla domanda aggregata, ma superiore a 100[2] poiché l’investimento effettuato genererà ulteriori investimenti e la spesa genererà altra spesa sulla base di quel sacrosanto principio economico che dice “la spesa di uno è il ricavo di un altro“. Scopo quindi di una sana politica di deficit spending è quello di ottenere il massimo dalla spesa destinandola ad impieghi che determinino un moltiplicatore più elevato, oppure che siano mirati al recupero di competitività con l’estero, sempre tenendo presente comunque che in teoria non c’è spesa pubblica buona e spesa pubblica cattiva.

Le critiche un pochino più mirate a questo tipo di politica non sono ovviamente quelle di natura neoclassica ma riguardano più direttamente tanto la gestione del bilancio dello Stato quanto l’impiego della spesa.
Per quanto riguarda le critiche del primo tipo è intuitivamente evidente che un eccessivo rapporto fra deficit pubblico e prodotto interno lordo (il rapporto deficit/PIL che il trattato di Maastricht fissa così rigidamente) possa alla lunga portare ad una crisi ma, nonostante numerosi saggi in merito che fissano tale soglia al 90% (ampiamente demoliti dal nobel per l’economia 2008 Krugman, che si è accorto di un errore nei fogli di calcolo usati per l’elaborazione del modello e che è da allora universalmente noto come “errore Excel”) in realtà tale soglia non è prevedibile matematicamente. In altre parole sappiamo che in un qualche valore percentuale il rapporto deficit/PIL produrrà effetti opposti a quelli previsti dal deficit spending ma nessuno è in grado di dirci quale sia questo valore dal quale il Giappone potrebbe essere lontanissimo col suo 220% e la Spagna vicinissima col suo 70%, mentre di fatto nessuno dei due paesi ancora si trova in quella situazione. Evitare quindi interventi di deficit spending solo per paura di trovarsi nella parte discendente della curva è perciò pura follia.
Per quanto riguarda l’impiego della spesa si fa da più parti notare che intanto non esiste una nuova Autostrada del Sole da costruire come negli anni del boom. Questo probabilmente è vero, ma c’è sempre parecchia edilizia scolastica e sanitaria da sistemare, oltre al fatto che anche di opere stradali, a partire dall’autostrada tirrenica, non ne mancano affatto. Questo però comporta il fatto che tale spesa, in un’economia statale allargata ma vincolata dall’area euro, produrrebbe benefici più modesti rispetto a quelli dell’epoca dell’Autosole e per lo più transitori, in quanto soggetti ai limiti espansivi della bolla speculativa edile di cui abbiamo parlato nell’articolo tre e non riuscirebbe, se non marginalmente, a colmare il divario competitivo esistente con le economie centrali che è di diversa natura. Infatti il modello elaborato dagli economisti alternativi prevede anche l’intervento dello stato sugli istituti di credito che sarebbero chiamati a rispondere dei sacrifici cui hanno costretto i cittadini per ripianare i danni provocati dal loro sconsiderato comportamento e dall’eccessiva disinvoltura. A fronte delle spese “improduttive” sostenute dagli stati periferici per salvare gli istituti di credito sarebbe opportuno pretendere una gestione più “politica” dei nuovi flussi di liquidità determinati dal deficit spending. Almeno questo gli istituti bancari lo devono ai cittadini che si sono sobbarcati anni di austerità per salvare il sedere di banche ed istituti di credito vari. [3]

La soluzione del fiscal spending, sia chiaro, non è un’invenzione dei comunisti che pretendono il predominio dello Stato sull’economia (anzi Keynes fu addirittura sprezzante con le tesi economiche marxiane) quanto piuttosto una soluzione dettata dalla logica e che nella pratica ha sempre funzionato, almeno in economie non bloccate da trattati politici e statuti che vincolano il potere dell’amministrazione statale in maniera talmente pesante da lasciargli scarsa, quando non nulla, possibilità di manovra. Si rende pertanto necessario ricorrere anche a soluzioni di natura più puramente “politica” che non di politica strettamente economica quale abbiamo trattato finora; di queste ci occuperemo nel prossimo, ultimo, articolo.

Nota 1: Non lasciamoci illudere da questa soluzione che comunque viene sistematicamente prospettata ad ogni crisi. Senza contare le tensioni sociali che provoca è un’illusione pensare che un lavoratore sia disposto a rinunciare a una parte del salario per godere di aleatori benefici futuri, così come chi ha maggiori potenzialità di spesa non rinuncia sapendo che tale disponibilità proviene dal debito pubblico e rischia un aumento delle tasse. Questa è solo la chimera di chi vive in un mondo economicamente ideale dove si spera che sia la realtà ad adeguarsi alla teoria perfetta.

Nota 2:Il concetto di moltiplicatore è talmente efficace ne sono stati creati molti, in pratica uno per ogni fattore economico, tanto che adesso il moltiplicatore originale è chiamato “moltiplicatore della spesa” e pure la teoria neoclassica si è aggrappata al concetto keynesiano per dimostrare l’efficacia dei tagli fiscali coniando il “moltiplicatore fiscale”. Per restare coerenti al modello perciò, quando abbiamo parlato della scarsa efficacia degli ultimi tagli fiscali USA, avremmo potuto tranquillamente dire che, nel caso, il moltiplicatore fiscale è vicino a zero. L’efficacia quindi di molti interventi anticrisi si basa su quello che si ritiene sia il moltiplicatore del fattore sul quale si va ad intervenire: studi effettuati proprio negli USA, dove molto massiccio è stato il ricorso alla defiscalizzazione, hanno dimostrato che il moltiplicatore della spesa è sempre maggiore del moltiplicatore fiscale che si teorizza, in periodi di ampia recessione, possa assumere addirittura valore negativo.

Nota 3: Senza voler arrivare agli eccessi di Keynes che proponeva di “rendere gli investimenti indissolubili come il matrimonio” basterebbe molto semplicemente tornare al “Glass Steagall Act” e separare istituti di credito da istituti finanziari e speculativi, privilegiando magari fiscalmente i primi e impedendo per legge il salvataggio dei secondi (come ha fatto Lula in Brasile). Non si pensi che tale separazione, come si legge recentemente perché all’aggravarsi della recessione chi ne giova tenta concettualmente di stroncare le potenziali soluzioni, che questo segnerebbe la fine del sistema bancario ed in ultima analisi dell’intera economia perché il Glass Steagall Act è stato in vigore negli States dal 1933 fino al 1999 e non sembra che le banche statunitensi abbiano sofferto granché nel periodo considerato…

Segue

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

Il terzo articolo della serie lo trovate qui

This entry was written by nobodysdiary , posted on domenica maggio 19 2013at 11:05 am , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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