Crea sito

Crisi, quello che c’è da sapere (5)

Analizzando le soluzioni proposte dalla teoria economica non sarà certo sfuggito il fatto che la soluzione neokeynesiana comporta un notevole rovesciamento tanto delle credenze comuni quanto delle basi stesse del trattato di Maastricht che, come è noto, pone limiti, tanto restrittivi quanto assurdi, alla possibilità di far ricorso al deficit spending.
Per quanto riguarda il comune sentire c’è effettivamente poco da meravigliarsi: dopo anni ed anni di martellante campagna a base di luoghi comuni, per lo più inesatti, sul debito pubblico è lecito aspettarsi reazioni di scetticismo ogni volta che se ne parla, ma da chi dovrebbe reggere il governo di una nazione si presuppone una maggior preparazione e una minore rigidità ideologica, invece di trovarsi all’assurdo eccesso di eleggere ad articolo costituzionale il pareggio del bilancio privando così anche i governi futuri della possibilità di ricorrere alla leva del debito per invertire il ciclo economico.
Con la chiara avvertenza quindi che la prima e più necessaria risposta politica alla crisi attuale (cioè quella che dall’Europa non avremo mai) dovrebbe essere quella dell’allentamento dei parametri di Maastricht riguardo l’indebitamento nazionale netto ed il rapporto deficit/PIL, che in momenti di recessione in pratica costringono automaticamente all’austerità, vediamo le possibili

Soluzioni politiche

Posto che naturalmente nessuno dei paesi centrali, meglio sarebbe parlare di Germania perché anche l’economia francese ormai inizia a traballare pesantemente, è disposto ad accettare un qualunque minimo allentamento dei vincoli di bilancio (anzi ne pretende il rafforzamento) anche perché questo significherebbe nel breve periodo un accelerare dell’inflazione, con conseguente indebolimento sia della strategia di “deflazione competitiva” che, conseguentemente, della rendita di posizione per i paesi dell’ex area del marco a più bassa inflazione interna, tutte le soluzioni politiche passano per il ruolo della BCE della quale comunque sarebbe necessario come minimo riformare lo statuto.
I sostenitori della tesi europeista sono convinti che la BCE debba iniziare a svolgere lo stesso ruolo che svolge una qualunque banca federale (ma non solo), cioè essere uno strumento di redistribuzione del reddito dalle aree più ricche a quelle più povere, dal centro alla periferia. Del resto questo è il ruolo che principalmente svolge, in accordo col governo USA, la Federal Reserve ed è lo stesso ruolo che ha svolto e continua a svolgere, fin dai tempi dell’unità, anche la Banca d’Italia.
Gli antieuropeisti ritengono invece che a causa degli errori originari dell’unione monetaria, cioè l’aver considerato l’inflazione come dipendente solo dalla moneta e la creazione frettolosa dell’Eurozona, decisa per affrettare un’unione politica che invece avrebbe dovuto precedere quella monetaria (basata per giunta su regole inutilmente rigide), il rimedio della “solidarietà fiscale” potrebbe perfino essere peggiore del male.
Addirittura sprezzante nella sua spiegazione uno dei più accaniti avversari dell’euro (e della teoria neoclassica), il prof. Alberto Bagnai, che liquida così la tesi di una BCE incaricata della redistribuzione del reddito:”cinquanta anni di solidarietà fiscale a favore del sud hanno partorito le camicie verdi nel nord Italia, immaginate cosa potrebbe generare la solidarietà fiscale in un paese dove già una volta sono nate le camicie brune?
La tesi è cinica e spietata, ma a pensarci bene non del tutto campata in aria…

L’altra ipotesi di soluzione politica è caldeggiata da più parti, specialmente da coloro che ritengono che l’unione Europea, pur con tutti i suoi difetti, rappresenti ormai un punto di non ritorno e quindi un male necessario da sopportare per la sopravvivenza economica dei Paesi membri.
L’idea è quella di aggiungere ai compiti della BCE quello di “prestatore di ultima istanza” (lander of last resort) da svolgersi nei confronti dei paesi membri in difficoltà che ne facciano richiesta.
In pratica un paese dell’EZ in difficoltà economica potrebbe chiedere alla BCE un prestito, anziché emettere titoli di debito pubblico, ed utilizzarlo in funzione anticiclica.
Precisiamo subito che tale ipotesi non è poi troppo pellegrina in quanto tale compito veniva già assolto dalle banche centrali dell’EZ soprattutto assorbendo in cambio di valuta gli eccessi di titoli del debito. Inoltre questa potrebbe realmente rappresentare una soluzione: il già citato professor Zezza sostiene infatti che, al contrario di Grecia e Spagna, il cui salvataggio è di fatto impossibile senza l’azzeramento dei vincoli di bilancio e il differimento di eventuali sanzioni al semestre successivo all’avvenuta uscita dalla recessione, un prestito che la BCE concedesse al nostro paese ai tassi utilizzati per i prestiti alle banche consentirebbe la soluzione della recessione italiana in poche ore in virtù del fatto che il governo Monti è riuscito a restituire all’Italia (a prezzo, è giusto precisarlo, di notevoli sacrifici sopportati quasi unicamente dai ceti medi e bassi della popolazione) un buon avanzo primario, cioè il bilancio dello Stato italiano, al netto degli interessi da pagare per il debito pubblico, è in attivo.
Benché tardiva quindi per la situazione attuale la soluzione potrebbe quantomeno riuscire a far galleggiare la nave Europa fra una crisi e l’altra, posto che comunque i difetti della moneta unica sono intrinseci e spetterebbe alla politica rimediare in maniera pesante se soltanto i governi centrali, con la Germania come al solito capofila, non si opponessero a qualunque modifica dello statuto della BCE così come, sotto la spinta dell’opinione pubblica tedesca, si sono opposti a qualunque allentamento dei vincoli di bilancio.
Di fronte a simile miopia conviene anche fermarsi un attimo a riflettere a quali catastrofici esiti potrebbe portare la politica, anzi la mancanza di politica comune, stante il fatto che l’EZ è un enorme gigante dalle basi così fragili che per due mesi ha rischiato di cadere a causa della puntura di una zanzara rappresentata dal rischio contagio proveniente da un’isoletta (Cipro) con un PIL pari a quello della Toscana, mentre i governi europei faticavano non poco a trovare un accordo per aiutare i ciprioti con un sostegno economico che, di fronte al rischio di implosione dell’unione monetaria, aveva un valore a dir poco irrisorio.
Prima quindi che l’incapacità di concepire una qualunque politica di solidarietà o, se preferite le parole del prof. Bagnai, prima che la cecità di pochi ma (ancora per poco) ricchi governi centrali trascini tutta l’Europa nella più grande catastrofe economica di tutti i tempi, sarebbe opportuno pensare anche, in ultima analisi, ad una

Strategia di uscita dall’Euro

Cominciamo subito col dire che la vera tragedia non sarebbe uscire dall’euro, ma restare nell’euro fino al momento in cui questo dovesse crollare: in questo caso rischieremmo di pagare un conto molto più salato rispetto a quello che pagheremmo uscendone prima e soprattutto i danni economici si ripercuoterebbero su un periodo estremamente lungo. Al contrario un’uscita pianificata porterebbe al massimo ad una crisi, determinata soprattutto dalla psicologia dei mercati e dall’inflazione attesa, di un anno al massimo.

Il punto di non ritorno, cioè quello che ha reso l’ipotesi di uscita dall’euro un’opzione, anche se non è contemplata dal trattato dell’Unione Europea (per cui è prevista solo la possibilità di uscita dall’Unione medesima, non dalla moneta), è stato determinato dalla pretesa della Germania (sono un po’ pazzi questi tedeschi: hanno tutto da guadagnare dall’EZ e fanno di tutto per farla crollare…) di coinvolgere il settore privato nei costi per il salvataggio greco. Questa operazione ha determinato la fine del titolo di stato inteso come investimento privo di rischi sul mercato interno e di conseguenza, introducendo un “fattore di default” e la paura che anche le obbligazioni statali possano essere soggette a vendite determinate dal panico dei mercati, ha fatto viaggiare verso l’alto gli interessi dei titoli di stato dei paesi periferici rendendo lo spread un fattore, alimentando la crisi della periferia e impedendo di fatto, grazie ai vincoli di bilancio, il risanamento.
La situazione è tornata a fatica in equilibrio grazie ai prestiti LBTRO (illimitati e a lunga scadenza) concessi dalla BCE alle banche ed utilizzati in parte per l’acquisto di titoli del debito con funzione di “calmierazione” dei tassi di interesse, ma cosa succederà al prossimo “shock”?

Valutato quindi il fatto che la politica europea non vuole o non riesce a produrre un qualunque atto formale che vincoli BCE e/o governi eurozona ad impedire il default di un qualunque paese periferico è nata una fiorente letteratura inerente gli scenari di uscita dall’euro e sulla eventuale disgregazione dell’economia del Paese uscente oppure della moneta unica.
Lo studio principale, quello su cui si basano le ipotesi catastrofiche che leggiamo sui giornali, è basato sul lavoro firmato da Barry Eichengreen (professore di economia e scienze politiche a Berkeley, California) che presenta però un paio di non trascurabili difetti: sovrastima la speculazione (cioè l’aumento dell’inflazione derivante dalla manovra di uscita dei capitali e poi il rientro, successivo al cambio di valuta. per speculare sulla svalutazione) e non considera il fatto che le problematiche tecniche (le cosiddette technicalities) potrebbero essere significativamente minimizzate. In altre parole avremmo il disastro solo in mancanza di una exit strategy ben disegnata, ma con una strategia ben pianificata e soprattutto un’azione rapida i problemi sarebbero nettamente inferiori ed il disagio assai limitato nel tempo.
Per semplificare: le ipotesi fatte si basano tutte su un processo lento e meditato che parta da una decisione politica oppure da un referendum e fissi una data di uscita successiva di alcuni mesi alla consultazione referendaria con in più un periodo di transizione anch’esso di almeno sei mesi. In questa sciagurata ipotesi l’economia del paese uscente sarebbe devastata da una formidabile uscita di capitali anche provenienti dal risparmio interno mentre internamente inizierebbero i problemi innescati dal cambio di valuta (adeguamento dei software, ricalcoli dei listini e così via, le famose technicalities). Tutti o buona parte dei capitali in uscita rientrerebbero poi all’indomani del cambio per approfittare della svalutazione (in buona parte autoindotta) mentre il classico meccanismo di adeguazione ed arrotondamento dei prezzi determinato dal nuovo cambio (ricordate cosa successe con l’euro quando tutti i prezzi calcolati intorno ai 95 centesimi l’ultimo giorno della lira divennero automaticamente 1 euro il primo giorno della nuova valuta?) scatenerebbe ancor più l’inflazione determinata dalla svalutazione specialmente in presenza di meccanismi di adeguamento automatico di salari (e di prezzi) all’inflazione. In poche parole una tragedia da cui il nostro ipotetico Paese uscente, la Grecia nella maggior parte delle analisi, si risolleverebbe solo dopo un decennio mentre nel frattempo si potrebbe provocare il cosiddetto “panic selling” sia sulla moneta che sui titoli del debito sovrano dell’EZ facendo precipitare l’economia europea ai livelli del primo novecento.
Uno scenario molto più realistico sarebbe invece quello di una exit strategy ben disegnata: la manovra dovrebbe essere preparata con riservatezza per non più di un mese e solo per scrivere documenti di legislazione d’urgenza che prevedano il congelamento delle banche e del mercato finanziario, la sospensione di meccanismi di adeguamento dei salari all’inflazione (contingenza, scale mobili e simili) e liberalizzazione dei mercati delle materie prime in caso di mercati controllati o amministrati dalle amministrazioni statali (in momenti di eccessiva inflazione determinata dalla svalutazione niente di meglio di un libero mercato per calmierare i prezzi, sostengono gli economisti che più si sono rivolti al problema con l’intenzione di capire ed amministrare lo scenario invece di disegnare tesi negative di comodo).
L’annuncio dovrebbe essere fatto contemporaneamente alla popolazione, all’UE ed al FMI il venerdì pomeriggio dopo la chiusura dei mercati finanziari e contestualmente all’annuncio del blocco temporaneo di tutte le transazioni bancarie, il cambio dovrebbe essere fissato alla pari (una nuova lira contro un euro per ridurre al minimo tanto la spinta inflattiva determinata dagli arrotondamenti quanto i problemi di adeguamento dei programmi informatici, dei listini, dei cartellini dei prezzi e così via) e il corso legale della nuova moneta annunciato per la mezzanotte fra la domenica ed il lunedì immediatamente successivo.
Questo ridurrebbe al minimo il rischio di fuga di capitali per l’effetto Eichengreen e contemporaneamente minimizzerebbe l’impatto della svalutazione sull’inflazione reale.
Questo scenario, disegnato genericamente per un qualunque paese periferico, è in realtà poco adattabile alla realtà italiana sia per motivi di carattere puramente economico che per le notevoli difficoltà applicative che comporterebbe. Sinceramente provo una certa difficoltà ad immaginare un governo italiano, di qualunque colore si parli, che in accordo col presidente della repubblica è in grado di programmare in un segreto simile a quello delle sette carbonare una exit strategy in cui la rapidità di decisione e la riservatezza sono parti fondamentali.
Fortunatamente il quadro economico italiano non è così formidabilmente compromesso come le economie degli altri PIIGS, perciò si può valutare più correttamente l’impatto tenendo conto anche di un precedente storico.
Intanto l’analisi della composizione della ricchezza italiana ci dice che, a fronte di un valore complessivo pari a 8600 miliardi di euro di ricchezza netta i capitali a rischio effetto Eichengreen ammontano a circa 650 miliardi di depositi bancari, che sarebbero in parte vincolati e comunque controllabili a priori per la maggior parte per effetto delle norme anti liquidità promulgate dal governo Monti, cui vanno aggiunti un centinaio di miliardi di liquidi e 570 miliardi di titoli di debito, che ridenominare nella nuova valuta significherebbe di fatto coinvolgere in un default. Visto che sono principalmente questi ultimi i valori a rischio vale la pena ricordare che essi hanno già in buona parte subito gli effetti della svalutazione nei confronti dei titoli esteri per effetto di una situazione di stress economico che dura da un quinquennio e che è stata già abbondantemente registrata dalle variazioni dello spread per cui, prendendo a prestito le parole del professor Claudio Borghi, si può ragionevolmente concludere che, almeno per quanto riguarda la composizione della ricchezza italiana, “le possibilità di distruttive fughe di capitali verso l’estero, con il semplice intento di mettere al riparo ricchezze liquide da temute svalutazioni da cambio di valuta, appaiono piuttosto remote e limitate a cifre e categorie di assets meno pericolose di quelle genericamente indicate come irrimediabilmente destabilizzanti.
Inoltre la svalutazione determinata dal cambio di valuta per l’Italia porterebbe due vantaggi non indifferenti: il primo è che, a causa del bassissimo rapporto (il più basso fra i paesi EZ) fra investimenti esteri diretti e PIL, il rischio di una fuga di investimenti esteri è irrisorio ed il secondo è che tanto la componente export che la componente turismo, due fra le componenti più importanti della nostra economia, beneficerebbero in misura notevole della svalutazione determinata dal nuovo cambio e che dovrebbe proprio per questi motivi arrestarsi intorno al 12%.
Il rischio maggiore di una svalutazione così elevata è rappresentato dal costo delle materie prime che siamo costretti ad importare (come il petrolio) ma si consideri il fatto che in un quadro recessivo mondiale è lecito aspettarsi che i massimi speculativi non vengano raggiunti sul mercato delle materie prime e che, ecco il dato storico, l’Italia ha già affrontato, nel 1992, l’uscita da un sistema di potenziale stabilizzazione dei cambi (allora era lo SME) pagando con una svalutazione del 20% che è stata comunque assorbita rapidamente e con un impatto abbastanza limitato sulla cosiddetta bolletta energetica.
Per concludere, e terminare l’opera di demolizione di quello scenario da tregenda che una certa controinformazione (prezzolata?) vorrebbe disegnare in caso di uscita dall’euro, citerò uno studio di Merrill Lynch che, applicando la teoria dei giochi economici ad una simulazione di uscita dall’euro conclude (sorprendentemente, secondo le parole degli autori) che non solo l’Italia è seconda dietro la Germania fra i paesi che soffrirebbero minor disordine economico in caso decidessero un uscita programmata dall’euro ma sarebbe pure seconda fra le nazioni che maggiormente beneficerebbero dell’uscita con un impatto sulla crescita pari al 3% nel primo anno, inferiore solo al 7% dell’Irlanda ma sufficiente a trasformare da negativo a positivo il tasso di crescita del PIL.
Se non ora, quando?

Conclusioni

Come nella maggior parte delle cosiddette scienze umane anche nell’economia non esiste una verità assoluta, figuriamoci quindi quanto può essere relativa la mia visione. Di certo tutti i dati che ho citato sono corretti e reali, le teorie sono state esposte correttamente e non c’è una sola affermazione nel testo che non sia stata fatta da un esperto. Il mio modesto lavoro è stato solo quello di metterle in correlazione e provare a tradurle in termini più comprensibili per chi non fosse dotato di specifiche conoscenze di macroeconomia ed è stato fatto con uno scopo ben preciso. Quello di seminare in chi ha avuto la forza e la pazienza di seguire tutto il percorso lo stesso dubbio che è venuto a me prima di scoprire che oltre al mainstream esiste un’altra corrente di pensiero economico altrettanto forte e composta da accademici altrettanto qualificati ma che non trova voce sui mezzi d’informazione:”Possibile che l’austerità e le altre manovre esse stesse recessive siano realmente l’unica cura per la recessione medesima?
Se ogni volta che vi imbatterete in qualcuno, in TV, su internet oppure al bar, che pontifica pieno di certezze su misure restrittive in funzione antirecessiva, vi verrà il dubbio che possa anche non aver ragione e che una alternativa a quel modo di pensare è possibile allora il mio lavoro non sarà stato tempo sprecato.

Fonti e approfondimenti

  • I sorprendenti (almeno per me) dati relativi all’avanzo primario italiano, all’import-export nazionale e l’incredibile affermazione che basterebbe un prestito BCE allo stesso tasso di interesse praticato alle banche per risolvere in poche ore il problema della recessione italiana si trova nell’articolo del professor Gennaro Zezza dal titolo “La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?“(gli stessi dati, cercando con pazienza, si trovano comunque anche sul blog del professore che riporta pure molti altri indicatori economici ed è abbastanza aggiornato).
  • Altra fonte di ispirazione per la composizione della ricchezza e soprattutto per sgombrare la testa da molti pregiudizi sul debito pubblico è stato l’articolo “Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico” del Prof. Ciccone
  • La vera bibbia dell’euroscetticismo economico è comunque il professor Alberto Bagnai, del quale segnalo l’articolo scritto per costituzionalismo.it che rappresenta un po’ la summa del suo pensiero. Dal lavoro del professor Bagnai ho tratto tanto la critica al neoclassicismo quanto la spiegazione delle dinamiche delle bolle speculative come pure, in concorso con altri che sarebbe lungo citare, i meccanismi del tasso fisso di cambio che favoriscono le economie degli stati centrali, e principalmente la Germania, nei confronti degli stati periferici.
  • Per quanto riguarda l’abbandono dell’euro il testo fondamentale di riferimento è “Uscire dall’euro?” del citato prof. Borghi ma, per chi conosce l’inglese, è consigliabile dare un’occhiata tanto all’articolo “Leaving the euro: a practical guide” di Roger Bootle (vincitore del Wolfson Economic Prize 2012), che contiene la “road map carbonara” e molto di più, compresa la previsione del 12% di svalutazione attribuito all’Italia, e l’altrettanto citato rapporto Merrill Lynch a cura di Woo e Vamvakidis (che contiene molte interessanti tabelle oltre quelle di cui si parla in quest’articolo)

FINE

Il primo articolo della serie lo trovate qui.

Il secondo articolo della serie lo trovate qui

Il terzo articolo della serie lo trovate qui.

Il quarto articolo della serie lo trovate qui

This entry was written by nobodysdiary , posted on domenica maggio 26 2013at 11:05 am , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

Comments are closed.