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Il tramonto di Gargamella

Non c’è dubbio alcuno che i giochi politici intorno all’elezione del presidente della Repubblica stiano mietendo vittime importanti soprattutto nelle file del partito di maggioranza relativa, tanto che all’annuncio di dimissioni del presidente del Partito Democratico, Rosy Bindi, si è aggiunto nella tarda serata di venerdì anche quello del segretario, Pierluigi Bersani, che ha già promesso dimissioni da rassegnare subito dopo l’elezione del Presidente della Repubblica.
Che ci ripensi o no, visto che ancora l’incarico non è a disposizione del partito e che siamo abituati a voltafaccia ben più clamorosi (fatti da altri, sia chiaro), un punto fermo può comunque essere messo: il profilo politico di Bersani è da considerarsi definitivamente compromesso e riciclarlo ai livelli attuali (segretario o addirittura presidente del consiglio) non sarà più possibile, non nell’immediato futuro almeno.

Prima di attribuire all’attuale segretario le pesanti responsabilità che si merita sarebbe ingeneroso, e non del tutto corretto, non accennare anche ai fattori esterni che hanno indubbiamente pesato, principalmente il fatto che la politica italiana si è “personalizzata”. I partiti politici tradizionali oggi sembrano essersi dissolti (ad eccezione appunto del PD) sostituiti, formalmente o sostanzialmente, da movimenti incentrati prevalentemente sul carisma del leader piuttosto che sulla valenza dei contenuti e delle proposte e quella che una volta era ritenuta una ricchezza aggiunta, cioè la “dialettica interna”, mentre negli altri movimenti politici più o meno metaforicamente di proprietà dei leader non esiste o è tacitata, sembra essere diventata poco tollerata anche dalla base del partito democratico, base che parrebbe allinearsi a quella degli altri nel volere anch’essa un leader della comunicazione che la guidi.
Non si spiega altrimenti, a mio parere, il relativo successo di Renzi, “vecchio” cattolico conservatore se vogliamo anche un po’ bigotto, all’interno di un partito progressista il cui elettorato ha idee, aspirazioni e convinzioni filosofiche più o meno distanti da lui.
Se quindi si è giunti al “redde rationem” dopo un paio di candidati bruciati, poca cosa rispetto ai giochetti politici della vecchia DC in occasioni simili e che mai provocarono troppi sconquassi all’interno della “Balena bianca”, ciò si deve anche al fatto che la richiesta “politica” è mutata anche nell’elettore di centrosinistra divenuto molto più insofferente agli “smacchi” subiti dal proprio leader, specie se quest’ultimo li assorbe come ha assorbito senza reagire gli insulti incivili e intollerabili che gli sono stati rivolti in campagna elettorale.
Pur con tutte le attenuanti del caso il tramonto politico del segretario democratico è perciò prevalentemente autodeterminato e parte storicamente da molto prima di giovedì 18 aprile, giorno della clamorosa sconfitta del candidato “condiviso” alla Presidenza della Repubblica.

Politicamente parlando il primo errore commesso da Bersani porta la data del 16 novembre 2010 ed è stato quello di appiattirsi sulla posizione, anch’essa clamorosamente sbagliata, del presidente Napolitano di differire di un mese il voto di fiducia al governo Berlusconi, mutilato in quel giorno dalle dimissioni dei finiani, in nome della necessità di votare prima la legge di stabilità. A un governo mutilato in quel modo non si permette di votare la più importante legge economica senza essere prima passato dal voto di fiducia e l’impressione che Bersani ha destato nel proprio elettorato è stata nel caso di chiara indecisione.
Oltretutto, analizzando il comportamento del leader del centrosinistra alla luce di quanto successo dopo, cioè il passaggio di Razzi, Scilipoti ed un’altra pattuglia di carneadi parlamentari dal centrosinistra al centrodestra, non si può non notare come Bersani si sia dimostrato incapace di salire in groppa agli eventi e cavalcarli per accelerarne più o meno l’effetto, dando piuttosto l’impressione di attendere, stando alla finestra, che la pera matura del successo gli cada da sola nelle mani.

Un altro passo verso il fondo Bersani lo ha fatto con l’appoggio al governo Monti, appoggio che si è rivelato non solo un errore nell’immediato ma addirittura reiterato nel tempo.
Un errore nell’immediato perché la fiducia al governo “tecnico”, spacciata come indispensabile di fronte all’incalzare dello spread, è stata vista come una grossa debolezza: molti elettori del PD, quando Bersani pronunciò un anno dopo la frase “Tocca a noi!” pensarono (a ragione, secondo me) che “toccava a noi già da un pezzo” e questo ha sicuramente contribuito ad abbassare la stima da parte dei militanti.
Un errore nel tempo, perché mentre il centrodestra, compatto col proprio leader, ha fatto fronte comune orientando in maniera pesante la politica del governo Monti la “responsabilità” che Bersani ha chiesto al partito ha finito per portarlo a votare leggi e provvedimenti contrari alla propria ideologia ed il continuo chiedere correzioni di rotta senza poi dar seguito a nessuna minaccia ha mostrato un carattere troppo conciliante.
Probabilmente il continuo logorio cui Bersani ha sottoposto i parlamentari del suo partito, costringendoli ad ingoiare rospi e lasciandoli poi additati come principali responsabili del malcontento generato nel Paese da un governo tanto apprezzato dai partner europei e dai contabili quanto scarso nei risultati ottenuti sul fronte della soddisfazione nazionale, è uno dei motivi per cui il consenso sulla figura del segretario, sempre granitico nella facciata, si è rivelato oggi alla prova dei fatti del tutto inconsistente.

La vittoria nelle primarie, ed è facile rileggerla oggi, ha probabilmente illuso molti, ma analizzandola a fondo il figlio del benzinaio di Bettola non avrebbe potuto perderla. Le primarie erano imperdibili contro un candidato che, per dirne una, si propose all’elettorato democratico prospettando l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sembrando così di voler favorire quel miliardario ferocissimo ed odiatissimo nemico ed erano imperdibili con l’apparato di partito mobilitato non dal carisma bersaniano, bensì convinto dalla inevitabile e fatale vittoria servita dai sondaggi e dalle presunte incapacità dell’avversario.
Proprio questa convinzione nella fatalità della vittoria data per certa sta alla radice della prima, vera sconfitta di Bersani: le ultime elezioni. La strategia di basso profilo scelta, il rispondere agli attacchi, alle provocazioni e finanche agli insulti col richiamo alla serietà delle questioni politiche e del programma si è rivelata debole e fallimentare, lasciando fra l’altro in troppi il dubbio che abbia mascherato un vuoto programmatico oltre che di leadership.
L’impressione che nel Paese ci fosse il formidabile desiderio di tornare alla politica di una volta, che deriva sicuramente da un’errata lettura del successo delle primarie, ha fatto probabilmente si che Bersani desse in generale l’impressione di non combattere perché non ne sentisse il bisogno: il solo rappresentare il meno peggio di fronte al becero urlare grillino ed al disastro amministrativo berlusconiano pensava forse fosse sufficiente. Purtroppo per lui così non è stato.

Il penultimo scalino della discesa all’inferno è stato l’incarico “zoppo” che Bersani si è visto assegnare, in modo poco dignitoso, dal Presidente della Repubblica, cui ha fatto seguito l’umiliante manfrina con la richiesta di elemosine in cambio di mance al Movimento 5 Stelle.
Guardando quei momenti, che molti militanti democratici non possono non aver vissuto con imbarazzo, si può avvertire col senno di poi la totale perdita di fiducia in sé stesso, fiducia che dovrebbe caratterizzare un leader. Nessuno convinto dei propri mezzi potrebbe accettare un incarico di capo del governo “a condizione che…” come quello che Bersani ha sopportato. Storicamente e consuetudinariamente, a meno che non venga affidato il mandato così detto “esplorativo”, c’è un presidente incaricato che scioglie o meno una riserva, non un presidente che è obbligato a preformarsi il voto di fiducia parlamentare lasciandosi così esporre ai ricatti più o meno pesanti di altre forze politiche.
Il tentativo di accordo con Berlusconi per l’elezione di Marini, penultima gaffe politica che parrebbe addirittura dimostrare una certa miopia o un assoluta mancanza di memoria storica visti i passati risultati di ogni tentativo di accordo fatto col miliardario di Arcore, è sicuramente frutto dell’insicurezza maturata con quest’ultima esperienza, la quale è a sua volta conseguenza di un continuo chinare la schiena in nome di interessi superiori e di senso della responsabilità.

Questo, più che i nomi e i franchi tiratori, ha sconfitto Bersani; uomo integerrimo, brava persona, capace amministratore e competente ministro ma caratterialmente inadatto a guidare un complesso gigante dai piedi d’argilla come il Partito Democratico ed un ancor più complesso Paese, per giunta con buona parte del popolo che da sempre preferisce ragionare con la pancia piuttosto che con il cervello.

This entry was written by nobodysdiary , posted on sabato aprile 20 2013at 01:04 pm , filed under politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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