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Per una vera economia di sinistra

Dall’analisi dei motivi e delle condizioni che hanno spinto la nostra nazione e la comunità europea in genere sull’orlo del baratro emerge senza dubbio alcuno che la base di partenza è il fatto che l’unione monetaria ha privato i singoli stati sovrani della più potente arma che avevano per combattere le crisi di liquidità: la possibilità di battere moneta.
Non rientra fra i nostri scopi quello di confutare se sia o meno conveniente un ritorno allo status quo ante nascita dell’euro, quanto piuttosto dare per scontato che questo sia il quadro in cui debbono muoversi le politiche economiche dei singoli stati membri, fra cui il nostro, e perché quindi si renda indispensabile cambiare prospettiva ed azione economica orientandole più verso l’estremo sociale dello schieramento politico, limitando nel caso l’analisi al solo nostro paese.

Le critiche che vengono rivolte, da destra, alle proposte economiche del centrosinistra italiano sono sostanzialmente due: che propugnino un aumento delle tasse e che siano indirizzate verso il mandare fuori controllo la spesa pubblica. Le altre critiche, che si intenda livellare e far decrescere l’economia, che si intenda annullare la meritocrazia e quindi tornare allo stato mamma che non nega sostegno a nessuno, neppure ai peggiori, e quant’altro discendono fondamentalmente dai primi due assiomi.
Che sono entrambi sbagliati.
Sarebbe opportuno intanto che coloro che ripetono sistematicamente il mantra: “sinistra partito delle tasse” ci mostrassero uno ed un solo stato in cui le politiche economiche di stampo monetaristico, quelle che ormai possiamo definire senza tema d’essere smentiti “conservatrici“, hanno portato una reale o percepita diminuzione della pressione fiscale, Italia ovviamente compresa.
Tutte, nessuna esclusa, hanno invece portato ad una modifica di coloro che sostengono il peso della tassazione: alleggerimento dei prelievi sui capitali e sulle rendite (nel tentativo di attrarre i capitali messi in fuga dalla recessione) e generalmente aumento della pressione su tasse al consumo, imposte indirette e sui redditi da lavoro, per questi ultimi in misura quasi insostenibile. Perciò la critica non ha senso; eventualmente, si potrebbe parlare di un tipo specifico di tasse da aumentare, ma mantenendo il saldo della pressione fiscale inalterata.
In considerazione del fatto che lo spostamento dell’asse impositivo non solo non ha prodotto i benefici attesi, perché la capacità di attrazione dei capitali sembra purtroppo non dipendere direttamente dalla tassazione (o non solo da questa) ma ha anzi prodotto tensioni sociali notevoli per effetto dell’impoverimento del ceto medio a scapito di pochi capitalisti e per la sensazione psicologica che siano sempre gli stessi a pagare il costo forse converrebbe tornare all’antico “chi ha di più può permettersi di pagare percentualmente di più” sancito fra l’altro in maniera inequivocabile dalla nostra Costituzione.

Sulla seconda accusa ci sarebbe molto da dire, soprattutto perché appare del tutto priva di ogni fondamento: una vera politica di sinistra, dopo spiegheremo il perché, richiederebbe appunto quelle azioni che la destra nostrana accusa la sinistra di voler fare, ma chi dovrebbe gestire la politica economica della coalizione uscita “vincitrice” dalle ultime elezioni non ha mai avuto seria intenzione di compierle. Il problema del PD italiano, e alleati vari più o meno assortiti, sembra essere l’eccessiva affezione al modello della politica economica dei governi Ciampi e Prodi, tutta marcatamente non sinistrorsa, quasi come se quelle politiche che hanno compiuto il miracolo di farci entrare nei parametri di Maastricht fossero il marchio di fabbrica del centrosinistra italiano e vengano ormai buoni per tutte le stagioni.
Non a caso si sente riparlare di “concertazione” e di altre manovre e atteggiamenti che risalgono a quel periodo, presuntamente aureo, come se semplicemente rimettere indietro gli orologi della politica economica ci riportasse in un paese di bengodi del quale si è ormai perso perfino il ricordo.
Per questo è ancor più necessario implementare, e proporre al Paese, una politica di sinistra, dato che la formula scelta da Bersani e dai suoi, cioè “primo mantenere gli impegni di bilancio con l’Europa, poi in questo ambito liberare risorse per la crescita” equivale a proporre una cura di salassi ad un paziente che soffre di pressione bassa.

La prima esigenza di una politica economica “progressista” che si rispetti è quindi quella di far ripartire la “domanda aggregata” (che io però continuo a chiamare “domanda effettiva”) della nostra nazione, cioè la richiesta di beni e servizi formulata dal nostro sistema economico in un determinato periodo di tempo.
La spesa pubblica ovviamente è uno dei principali componenti della domanda effettiva, oltre che uno dei principali mezzi per il suo stimolo, perciò appare abbastanza difficile poter coordinare in maniera corretta una politica economica che stringa la spesa pubblica e smuova la domanda effettiva, come pretendono di fare tutti i santoni che da anni ci stanno spacciando il fatto che l’austerità dei conti pubblici è la premessa indispensabile per la crescita. Poiché questa duplice azione di fatto non è possibile un aumento della spesa pubblica a tasso zero per il debito pubblico prevede per forza un massiccio ricorso all’imposizione fiscale. Anch’essa però è un fattore di riduzione della domanda.
L’unica altra strada percorribile è quella dell’allentamento dei vincoli di bilancio, non potendo lo Stato far ricorso in nessun modo all’aumento di liquidità che sarebbe reso possibile se la banca centrale potesse emettere valuta.
Da questo vicolo cieco non si può uscire, perciò ogni politica economica di ispirazione sociale deve, e deve farlo alla svelta, liberarsi dai formidabili pregiudizi ereditati acriticamente da trent’anni di dominante analisi conservatrice (presumo sapientemente foraggiata dal grande capitale) e smettere di adorare, in genuflessione congiunta con la destra, i due veri falsi idoli economici del ventunesimo secolo: il pareggio di bilancio e il rapporto deficit/PIL.

Entrambi, secondo le attuali interpretazioni, giocherebbero il ruolo principale nella soluzione della crisi economica perché, in assenza del primo ed in eccesso del secondo, il capitale, gli investitori, il mercato, insomma tutte quelle istituzioni che manovrano il denaro (in qualunque modo si vogliano chiamare) fuggirebbero costringendo lo stato reprobo ad alzare i tassi di interesse indebitandosi sempre più e quindi morendo lentamente, oppure finirebbero infallibilmente attratti da quelli virtuosi i quali godrebbero così di imperitura prosperità economica, potendo addirittura permettersi di pagare tassi di interesse ridicoli e quindi finanziando la crescita a costo zero.
Dov’è l’errore in tutto ciò?
L’errore sta nel fatto che questa analisi è molto plausibile ma molto semplicistica, eppure rappresenta tutto quanto il modello economico conservatore è stato in grado di produrre. Plausibile ma priva di modelli di previsione matematici, basta ad esempio pensare, come affermano Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti nella prefazione al loro ebook Oltre l’austerità (che ha costituito l’ispirazione principale per questo testo) che nessuno è in grado di spiegare perché nel 2010 il Giappone con rapporto deficit/PIL pari al 220% e la Spagna (rapporto al 65%) hanno un tasso di crescita grosso modo uguale ed anzi il Giappone poteva, e può tuttora permettersi, di offrire il proprio debito al favoloso tasso dell’1%.
Questo accade ovviamente perché il mercato, questa grande, misteriosa entità, pur essendo una giungla dove il debole è destinato a morire o a fare da cibo per il forte, non è stupido: i fattori che valuta non sono solo quelli che la scuola monetaristica ha fideisticamente preteso di prendere in considerazione, ma sono molti di più. Per restare al Giappone vale il fatto che oltre il 95% del debito è in mani nazionali, che la propensione al risparmio nipponica è ancora considerata in aumento, che il paese del Sol Levante ha una bilancia commerciale in avanzo da trent’anni più altre considerazioni più o meno spicciole e marginali, ma sufficienti a farci comprendere che si tratta di un coacervo di dati matematici, aspettative e fattori “psicologici” a determinare il successo del collocamento del debito ed il “fascino” che un paese ha nei confronti dei capitali stranieri e non un puro e semplice modello matematico che sta tra l’altro fallendo tutte le previsioni dopo essersi rivelato insufficiente anche a comprendere il momento attuale (e no, cari signori monetaristi, non è del modello keynesiano che stiamo parlando).
Per tornare a noi esiste il ragionevole dubbio che un aggravio dell’indebitamento, se affiancato ad una crescita economica in aperta controtendenza alla recessione generalizzata della zona Euro, sarebbe comunque in grado di attrarre capitali in barba a tutte le teorie anti stagflazione, ed anche se non ce la facesse l’aumento della domanda effettiva genererebbe un surplus di entrate fiscali da consentire comunque di ammortizzare l’eventuale aumento degli interessi ed avrebbe il non trascurabile pregio di alzare il livello di soddisfazione della cittadinanza, che dovrebbe poi costituire la massima aspirazione della politica, la quale politica invece pare si sia rassegnata al ruolo di contabile cui la vogliono ridotta i potentati economici per poter operare con le mani libere sul mercato.

Occorre pertanto coraggio per uscire dalla trappola e proporre finalmente una vera economia sociale.
Un buon punto di partenza potrebbe essere il piano economico di Hollande, quello vero naturalmente e non il mito che circola nelle diapositive sui social network, che prevede una parte a “deficit zero” e una parte da finanziare col debito.
Semplificando: per la parte a deficit zero redistribuzione del carico fiscale e utilizzo dei maggiori introiti per finanziare un nuovo piano di edilizia economico-popolare, altri investimenti a sostegno della domanda effettiva e assunzione di sessantamila insegnati, per la parte con impatto sul debito pubblico creazione di una banca pubblica che consenta l’accesso al credito alla piccola e media impresa e riconversione del piano energetico. Quello che è più importante però è la filosofia di recupero della competitività che vi sta dietro: nessun taglio al costo del lavoro ma investimento in ricerca, innovazione e formazione (ecco il perché dell’assunzione di un esercito di nuovi insegnanti).
A monte di tutto c’è un semplice calcolo economico: se le misure prese consentissero di portare la crescita al due per cento i maggiori introiti fiscali porterebbero l’intero impatto sul debito al di sotto dei parametri europei.

Di questo si sente il bisogno oggi in Italia e in Europa, di una politica economica orientata al sociale, alla solidarietà ed al welfare (per questo “di sinistra”) che rompa l’accerchiamento della contabilità statale e del piccolo cabotaggio da ragionieri che pervade da anni i governi europei e le principali istituzioni semplicemente perché, come sosteneva una volta un mio datore di lavoro “se non ce la fai coi soldi hai due strade, quella facile è tagliare le spese, ma ti farà morire; quella difficile e coraggiosa è aumentare le entrate ed è quella che ti farà vivere meglio“.
Ma quanto di questo coraggio e di queste proposte troviamo nel centro sinistra italiano oggi?

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Datevi da fare!

Adesso che la tornata elettorale si è conclusa ed il successo del Movimento 5 stelle si è ampiamente concretizzato parrebbe essere giunto il momento di iniziare ad entrare nella dialettica politica in modo che l’attuale legislatura, che porta un numero un po’ “disgraziato”, possa iniziare a lavorare.
Parrebbe, perché fedeli al diktat del capo supremo i cosiddetti “grillini” sembrano non essere intenzionati a muoversi di un centimetro dalla posizione del “niente accordi con nessuno“. Proviamo a spiegare, non a loro ma ai loro elettori, alcuni motivi per cui questa linea politica dovrebbe essere abbandonata, confidando che siano questi ultimi a smuoverli da una posizione che sembra essere stata abbracciata acriticamente, e quindi piuttosto difficile da abbandonare.

Lo spread
Come ebbe a dire una volta Karl Marx, il cui insegnamento e la cui filosofia sono stati troppo frettolosamente (a mio modesto avviso, naturalmente) accantonati in conseguenza del fallimento pratico dei sistemi politici ispirati più o meno direttamente e correttamente dalla sua filosofia, l'”ignoranza non ha mai fatto bene a nessuno“. Diventa perciò importante spendere un po’ di tempo, e di parole, per spiegare il significato reale dello spread visto che molti, troppi, anche fra gli elettori del 5 Stelle, la pensano allo stesso modo di Berlusconi per il quale “lo spread è un invenzione“.
Per comprendere cosa è lo spread è fondamentale capire che cosa è il “debito pubblico”, perché è necessario e quali conseguenze avrebbe ignorarlo. Mi si perdoneranno, spero, in questo caso sia l’approssimazione che le necessarie inesattezze poiché sono determinate dall’esigenza di sintesi e di comprensibilità così come mi auguro si prenda per buono, in mancanza di giustificazione, l’assunto di base di tutto questo ragionamento: il fatto che i legami e le interconnessioni col sistema economico, finanziario, bancario e politico sono così molteplici e complessi che non si può sperare, prima di aver cominciato a districare l’intreccio, di risolverli nella maniera con cui Alessandro Magno sciolse il nodo di Gordio cioè rinunciare a pagare i debiti e dichiarare il default e che anzi al momento questa decisione finirebbe per ammazzarci invece che salvarci la vita.

Volendolo spiegare nella maniera più semplice possibile il debito pubblico è quel sistema che consente ad uno Stato di finanziare le proprie spese quando queste superano le entrate, un po’ come fa quell’impresa privata che ricorre in piccolo al fido bancario e in grande all’emissione di obbligazioni ed altri titoli di credito, per finanziare i propri investimenti (oppure, come spesso capita, per pagare i creditori). Già che ci siamo accenniamo immediatamente al fatto che il debito pubblico era un problema già prima del 2002, quando gli stati europei erano, al pari degli altri, “solvibili per definizione” grazie alla possibilità che avevano di stampare moneta. Perciò adesso che con l’avvento dell’euro tale possibilità non c’è più il debito pubblico può essere tranquillamente considerato un dramma, indipendentemente dal fatto che stampare moneta potesse essere, come irresponsabilmente suggerito da Berlusconi, la soluzione del problema.
Posto che comunque l’immissione sul mercato di banconote fresche di stampa non potesse essere considerata neanche nel passato la soluzione, perché altrimenti gli stati invece di emettere titoli di debito avrebbero potuto tranquillamente battere moneta, oggi siamo costretti a fare i conti col fatto che il debito pubblico di uno stato sovrano è, proprio per l’impossibilità di poter far fronte agli oneri fabbricando in proprio i soldi, da trattare alla stregua di un qualunque titolo di debito emesso da un’azienda privata.
In poche parole: o ti considerano affidabile per cui sapendo che restituirai i soldi te li prestano ad interesse basso oppure, essendo maggiore il rischio che tu possa non restituirli, l’interesse che devi promettere è più elevato.

A questo punto entra in gioco l’altro fattore, quello che trasforma il dramma in tragedia: l’ammontare del debito. Ecco, rispetto al Prodotto Interno Lordo, che è un indice economico perciò (sempre per restare sulle irresponsabili affermazioni di Berlusconi) non va a fare la spesa con la massaia ma è purtroppo tenuto in alta considerazione da coloro che hanno in mano i flussi economici che determinano benessere e sofferenza della popolazione mondiale, il debito pubblico italiano, cioè il totale complessivo dei titoli dello Stato italiano venduti (BOT, CCT, BTP e compagnia bella), è di molto superiore, per cui, come succederebbe per un’azienda privata, diventa difficile trovare qualcuno che presti i soldi a chi ha molto più passivo che proprietà.
La situazione dello Stato italiano è quindi quella di una qualunque azienda privata che ha bisogno di un prestito ma, oltre ad essere in rosso in banca, ha già ottenuto talmente tanti altri soldi a credito che il denaro di cui ha bisogno ora gli serve per pagare gli interessi sui debiti precedenti.
Cosa succede quindi? Succede quindi che se vuole avere il prestito, essendo a rischio la restituzione, tale rischio deve essere pagato promettendo interessi più alti. Lo “spread” misura la differenza fra gli interessi promessi dall’Italia rispetto a quelli promessi da un altro paese (quello preso come indice è il più forte economicamente, la Germania) per collocare i propri titoli. Se vi sembra preoccupante il fatto che si debba pagare (ad oggi) circa il 3% in più di interessi della Germania sappiate che questa è solo metà del problema. L’altra metà è rappresentata dal fatto che parlando di cifre dell’ordine di decine di miliardi di euro ogni fattore che fa aumentare lo spread richiede, per essere riportato a pareggio di bilancio, l’emissione di ulteriori titoli (e quindi di debiti) che sono, indistintamente, improduttivi per cui adesso l’emissione di titoli di stato in Italia non solo asciuga risorse da dedicare all’economia ma serve a pagare gli interessi in una sorta di maligno serpente velenoso che per giunta si morde la coda.
Senza essere smentiti si può dunque affermare che ogni giorno di incertezza politica e di governo che non si forma aumenta il rischio che l’Italia non restituisca i prestiti, il che comporta che per pagare gli interessi del debito in scadenza si debbano promettere interessi più alti e così via, finché la terrificante spirale a vite in cui è entrato l’aereo Italia non finirà per farlo schiantare al suolo.
Allora sarà inutile che sui rottami si alzi la limpida voce dei grillini, che non potrà che dire: “Fino a ieri questo aereo lo hanno guidato i vecchi politici corrotti, colpa loro se si è schiantato!“.
Dato che quell’aereo ieri volava, pur fra mille difficoltà e guidato “dai vecchi politici corrotti”, se domani si sfascerà al suolo sarà anche colpa di chi lo guida oggi, ed i rappresentanti del movimento cinque stelle sono fra costoro.

L’economia reale

L’encomiabile battaglia dei rappresentanti pentastellati contro i costi della politica, purtroppo bloccata sull’abolizione dei contributi elettorali ai partiti, vale la bella cifra di 91 milioni di euro. Lo stato italiano ha quaranta miliardi di debito nei confronti delle aziende private fornitrici della pubblica amministrazione. Ad ascoltare le dichiarazioni dei rappresentanti eletti dal movimento sembra che l’abolizione di questo finanziamento sia condizione necessaria per il loro appoggio alla formazione di un nuovo governo, nel frattempo la sopravvivenza di qualche centinaio di migliaio di persone dipende dalla certezza che lo stato onorerà i propri debiti nei confronti di queste azienda, cosa impossibile da garantire fino alla formazione di un nuovo governo.
Non vi pare che, al di là delle questioni di principio per cui molti nobili pensatori liberali dall’antica Grecia ai giorni nostri riterrebbero 91 milioni di euro una cifra irrisoria se destinata al mantenimento della libertà e della democrazia specie se rapportata al fabbisogno complessivo dello Stato Italiano (ottocento miliardi di euro, di cui i 91 milioni che parrebbero rappresentare la differenza fra miseria e benessere nazionale sono poco più dell’uno per mille) la questione di principio sia ridicola se rapportata alla posta in gioco?
Per quanto avversata da più parti almeno la proposta avanzata da Bersani prendeva in considerazione l’ipotesi di una soluzione che avrebbe significato il salvataggio di qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro semplicemente eseguendo un’azione fondamentale in qualunque mercato, cioè onorare i debiti. Quella di stare seduti sulla sponda del fiume (ingannando magari l’attesa portandosi gli apriscatole, raggiungendo le camere in bicicletta e sedendosi in alto “per controllare”) impedendo qualunque operazione finanziaria, anche in nome del nobile ideale di rinunciare a 91 milioni di rimborsi elettorali complessivi, in attesa che passi il cadavere della (presunta) madre di tutti i disastri economici del Paese, cioè il finanziamento ai partiti, che razza di soluzione è?
In attesa che fra impedimenti costituzionali (semestre bianco) ed adempimenti istituzionali (elezione del nuovo presidente della repubblica) si possa tornare al voto se un governo non si forma, come è negli auspici degli illuminati padroni del movimento cinque stelle, scadranno tutti i finanziamenti per gli ammortizzatori sociali e quasi un milione di persone si troverà senza i soldi per mangiare. Finché un governo di soli grillini non avrà chiarito in che modo si debbano tutelare “i singoli lavoratori piuttosto che il posto di lavoro” come sopravviveranno questi disgraziati che hanno avuto la sfortuna di incappare in un periodo in cui la crisi economica si è sommata a quella politica? Vi pare questo il modo di “tutelare i singoli lavoratori”? E se domani toccasse a uno di voi, elettori del movimento?

La “filosofia dell’azione”

Un movimento come il 5 stelle trae la sua linfa e la sua unica ragione di vita dall’essere “rivoluzionario” nei confronti dell’attuale sistema politico; esso rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana, con le sue istanze di democrazia diretta e di rottura nei confronti dell’attuale sistema.
Quale miglior modo quindi di poter rovesciare il sistema che assumersi direttamente le responsabilità di governo?
Gli attuali parlamentari eletti nel movimento cinque stelle stanno cercando di far bere ai propri elettori la panzana che il sistema si rovescia non accettando compromessi e rendendolo di fatto ingovernabile ma se si riflette attentamente dovrebbe apparire abbastanza chiaro che questa è una pretesa completamente al di fuori di ogni logica: se si vuol portare un autobus ad una meta precisa non si legano le mani al conducente imnpedendogli di guidarlo, perché lo faremmo sfasciare fuori strada, ma ci si prende la responsabilità di sedersi di fianco all’autista insegnandogli la strada. Rinunciare ad appoggiare un programma che prende in considerazione molto del programma del movimento e stare a guardare rifiutando gli accordi potrà anche dare l’impressione di non accettare i compromessi, ma di certo non farà avanzare di un passo la rivoluzione.
Eppure quale strada hanno scelto i vostri rappresentanti, cari amici che avete votato il movimento 5 stelle?

Forse non avete avuto orecchie abbastanza attente per capire qual è la strada verso la quale ci stanno guidando Grillo e Casaleggio, perciò è opportuno rinfrescarci tutti insieme le idee.
Il leader del movimento ha affermato:”Noi saremo lì e non faremo accordi, loro non saranno in grado di fare il governo e fra sei mesi, quando si voterà di nuovo, il Paese sarà nostro“.
Credo sia lecito pensare che abbiate interpretato il “nostro” come sinonimo di “noi votanti del movimento”, in realtà da qui a sei mesi, mentre il leader del movimento ed il suo uomo ombra si godranno nelle loro ville al mare i guadagni della pubblicità derivata dai loro blog e siti internet voi, elettori del movimento e che del movimento stesso siete l’anima e il cuore, vi ritroverete a dover lottare per il vostro posto di lavoro e per le vostre pensioni in un’economia la cui malattia sarà ormai resa incurabile da sei mesi di assoluta inazione, che voi stessi avrete permesso.

Che ve ne farete allora del trionfo di aver abolito la casta con i vostri “NO” ed averla sostituita con un comico ed un imprenditore multimediale per giunta un po’ fascista, quando nessuno di noi, compresi coloro che il vostro movimento non l’hanno votato, avrà più abbastanza indipendenza economica da poter dar da mangiare ai propri figli?

Una tale sconfitta travestita da vittoria sarebbe riduttivo perfino chiamarla “vittoria di Pirro”.

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Sulla nuova etica economica

Uno degli innegabili vantaggi della fine dell’era berlusconiana (quando avverrà) sarà il fatto che si smetterà di aprire discussioni dotte e filosofiche su affermazioni irresponsabili, discutibilissime e basate sul nulla fatte dal leader del centrodestra e si potrà almeno tornare a discutere di argomenti che non siano aria fritta.
Il peso politico e mediatico del personaggio però è tale che talvolta con una delle sue corbellerie apre una strada oppure, come è il caso delle sue ultime affermazioni in materia di tangenti e giustizia, scoperchia una pentola che ci mostra come in realtà parte della nostra nazione (e questa è forse una delle ragioni di un altrimenti incomprensibile successo) sia in sintonia col suo pensiero distorto ma si vergogni ad ammetterlo finché il Berlusconi medesimo non lo rende pubblico.

Ieri, in un discutibile articolo di Gianfranco Polillo, peraltro sottosegretario al Ministero Economia e Finanze dell’attuale governo, pubblicato su Huffington Post Italia, si affermava che le manette ai bustarellari porterebbero alla desertificazione industriale e si manifestavano perplessità sull’opportunità di arrestare i manager che all’estero pagano tangenti, seminando il dubbio che non sia la qualità ed il prezzo della propria produzione ma la capacità di corrompere il vero motore dell’economia internazionale.
Oggi la prima pagina di MilanoFinanza è ancora più aggressiva: presenta il manager ENI Scaroni come retoricamente candidato all’arresto per via dei successi del gruppo, parla di Tafazzopoli e conclude con “Ecco come si distrugge la ricchezza in Italia“, lasciando intendere senza mezzi temini che arrestare chi paga le tangenti porta il Paese alla miseria.

Premesso che punti di vista come quello dell’illustre sottosegretario finiscono poi per assolvere anche i politici italiani, che siano corrotti o concussori poco importa, è l’equazione magistrati che arrestano manager corruttori uguale crisi economica che è non solo discutibile ma sotto certi aspetti addirittura riprovevole.
Innanzitutto, se anche fosse vero che per vincere le sfide industriali non c’è altro modo che corrompere, allora si dovrebbe agire sul legislatore che corregga la stortura, non sul magistrato che accerta un reato e quindi interviene, perché è di questo che stiamo parlando: se è vietato pagare tangenti, e le si pagano, allora si commette un reato e quindi si deve essere perseguiti indipendentemente dal fatto che esista uno stato di necessità (che per me fra l’altro è solo presunto) così come del resto finisce davanti al giudice anche la madre che ruba al supermercato perché non ha i soldi per far mangiare i figli.
Troppo spesso però per la nostra ipotetica madre lo stato di necessità non vale perché, col liberismo dilagante e la cosiddetta “etica del mercato” che prevale su tutto il resto, agire contro il patrimonio sembra essere diventato peggiore di qualunque reato commesso contro la persona e nessuno o quasi, neanche a sinistra, si sta facendo carico di correggere l’orrendo modo di pensare per cui non solo il peggior peccato è quello commesso contro il settimo comandamento, ma addirittura si dovrebbe rovesciare la legislazione fino a spingerla all’estremo per cui se genera profitto non c’è colpa né dolo, indipendentemente da quanto è scritto nei codici.

Se almeno questa continua pretesa di liberalizzazione totale e di mani libere ai manager portasse effettivamente dei benefici e questi poi finissero per ricadere anche sulla popolazione allora magari discuterne avrebbe senso, però una volta data un’occhiata ai più accessibili indicatori economici non può sfuggire, neanche a chi non è esperto di economia, che l’aumento delle leggi a favore dell’etica di mercato non solo non sta arginando una crisi economica che dura ormai dal 2007 ma che l’unico paese che ha conosciuto momenti di respiro, da allora, sono gli Stati Uniti d’America che col presidente Obama stanno in realtà beneficiando di leggi più ispirate al sociale che al mercato.
Eppure, di fronte al fallimento dell’eccessiva liberalità ed all’evidente incapacità del mercato di redistribuire ricchezza se lasciato libero di agire senza vincoli politici, noi italiani adesso pretenderemmo non solo di rimuovere quei pochi lacci e lacciuoli che ancora frenano il far west economico, ma addirittura di mandare liberi in nome del mercato coloro che sono sospettati di aver commesso un reato.

Siamo proprio un ben strano Paese…

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Parli come badi!

Non che abbia intenzione di mettermi a seguire le polemiche della campagna elettorale però uno che si lamenta in continuazione del fatto che il presidente del consiglio della Repubblica Italiana è uomo privo di poteri e poi accusa l’ultimo occupante di quella potrona (un altro ovviamente) di avere avuto più poteri del fascismo per voi è schizofrenico o semplicemente un bugiardo matricolato?

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Accendete il cervello!

Sarà forse il fatto che in occasione delle feste natalizie la soglia di attenzione tende a calare oppure, molto più probabilmente, il nostro cervello è sempre stato abituato ad agire d’impulso e dipende dal sottoscritto (che ha probabilmente più tempo perché è in ferie) il fatto che in questo periodo festivo si notino sulle pagine di Facebook numerose e ripetute bufale che vari utenti si rimbalzano l’uno sulle pagine dell’altro senza ovviamente rendersi conto che sono appunto delle clamorosissime panzane.

Dopo quelle abbastanza clamorose dei cani sterminati per gli Europei di calcio in Ucraina (dimostrati con le stesse foto usate per dimostrare le stragi di cani a Pechino prima delle Olimpiadi), dei provvedimenti di Hollande contro i privilegi dei politici supportati da frasi tanto suggestive quanto inventate e delle seicentocinquantamila auto blu italiane (panzana con un minimo di fondamento perché la cifra se la inventò l’ex ministro Brunetta, evidentemente poco pratico di matematica) ora è la volta di altre due palle clamorose: la moto che va ad acqua e la legge che istituisce il fondi per i parlamentari.

La notizia della moto ad acqua è questa:

fake

Nel riquadro laterale il capo del progetto, il sedicente Chi Yung, illustra le caratteristiche del mezzo: consuma un litro d’acqua distillata ogni 20 km (l’acqua ha una resa maggiore della benzina, quindi), raggiunge una velocità di punta di 120km/h (performances nettamente migliori delle auto elettriche rispetto a quelle a carburante) e soprattutto al costo contenuto di quattromila euro, riducibili a 2800 con le economie di scala derivanti dalla messa in produzione.

Peccato che occhi minimamente esperti di motori non durino troppa fatica a scovare un bel carburatore nella foto, per cui verrebbe appunto da chiedersi per quale motivo anche l’acqua distillata abbia bisogno di essere miscelata all’aria come la benzina nei tradizionali motori a scoppio e peccato anche che molti appassionati di due ruote non abbiano impiegato molto a ricordarsi dove avevano già visto quella foto, che infatti rappresenta un “concept” (vale a dire il prototipo sperimentale a grandezza naturale, anche se non funzionante) dell’evoluzione della V-Max Yamaha, come si può vedere qui.

Come spiegare allora le oltre ottomila condivisioni in una settimana?

Probabilmente con le frasi con cui si chiude la didascalia, queste: “Una vera rivoluzione, ma nessuno ne parla… perché? Facile: le grandi lobby pretolifere hanno pagato i giornalisti per non diffondere la notizia, altrimenti fallirebbero nel giro di poche settimane.“. Il richiamo alla Spectre petrolifera, così come ad altre lobby più o meno odiate, funziona sempre come dimostra quest’altra falsa notizia:

senatore_cirenga

che circola sia in questa forma che in un’altra in cui la stessa immagine sopra, ma con lo sfondo di colore blu, è montata dentro la chat di uno smartphone e reca sopra la scritta “Perché i telegiornali non ne parlano?“.
Semplicemente perché è una bufala coi fiocchi!

Basterebbe recarsi sul sito del Senato della Repubblica e scorrere l’elenco dei senatori che iniziano con la lettera C per rendersi conto che il promotore del disegno di legge non esiste senza dover fare l’ulteriore sforzo, che richiederebbe un minimo di familiarità con l’educazione civica, di fare il conto dei voti favorevoli più contrari che assomma a 422, cioè ben più di quanti siano i senatori (315 eletti più cinque senatori a vita più gli ex presidenti della Repubblica, cioè un centinaio in meno…).

Anche in questo caso la notizia, pur essendo palesemente falsa, stuzzica il nervo scoperto dei privilegi dei politici ed allora tutti pronti a condividere le bugie, senza magari approfondire.

Prima di fare clic all’impazzata e di riempire le bacheche degli altri con palesi menzogne magari sarebbe opportuno valutare quello che diamo in pasto agli altri, ricordandoci che, come ben sanno coloro che dovrebbero essere l’obiettivo di certe campagne denigratorie, non ci vuole molto a trasformare una bugia in verità, specie se la ripeti molte volte.

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Aita aita

Da Mentana sul TG La7 l’esimio Sallusti, che rischia la galera per aver omesso il controllo su un articolo palesemente diffamatorio quando era direttore responsabile di Libero, sostiene che nessuno, a livello di governo e di presidenza della repubblica, si interessa del suo dramma probabilmente a causa di “motivi di antipatia personale o ideologici

Premesso che il provvedimento è di una gravità del tutto inaudita sarebbe opportuno che Sallusti innanzitutto considerasse il fatto che “responsabile” significa che ha delle responsabilità e quindi quando si pubblica un articolo su un giornale di cui si è direttori responsabili, specialmente se l’articolo in questione è anonimo, sarebbe anche bene pensare alle conseguenze e verificarne il contenuto, ma soprattutto sarebbe il caso che il direttore si interrogasse sul fatto che appunto c’è antipatia personale nei suoi confronti.

Forse, se fosse stato un po’ più misurato nei titoli oppure più sobrio nel fare affermazioni in TV che rivelano fondamentalmente una certa disonestà intellettuale, l’opinione pubblica sarebbe stata più sollecita nell’indignarsi.

O forse lui stesso non avrebbe pubblicato l’articolo ed adesso non sarebbe a piangere in televisione per avere l’intercessione di coloro che ha sempre pubblicamente e pesantemente insultato.

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Dubbi atroci

Dopo il fallimento del progetto “Fabbrica Italia” due sindacalisti da barzelletta come Bonanni e Angeletti non sentono il pudore di dimettersi e andare in pensione ai tropici dopo aver regalato a Marchionne il culo e i diritti dei lavoratori FIAT anche non iscritti ai loro sindacati?

Gli iscritti ai sindacati i cui segretari sono i personaggi da barzelletta di cui sopra non sentono il formidabile bisogno di seppellire i segretari medesimi sotto valanghe di ortaggi andati a male dopo che costoro si sono fatti fregare come polli da Marchionne, che aveva promesso di mantenere i livelli di impiego in cambio dei diritti degli operai e poi con quegli accordi ci si è pulito il sedere?

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Helpdesks

Ormai il livello di esasperazione con gli helpdesk telefonici sta raggiungendo il massimo, specialmente se prendo in considerazione quanto la capacità di soddisfare le richieste sia ormai inversamente proporzionale al tempo che si passa (meglio sarebbe dire: si perde) al telefono.

Non più tardi di ieri mi sono trovato al telefono con l’helpdesk di un fornitore di telefonia e connettività che un mio cliente ha deciso di sperimentare per 15 giorni (a spese loro) e gli addetti al servizio non hanno probabilmente capito che anche dalle loro performances dipende la decisione, oppure l’hanno capito ma non gliene frega assolutamente niente.

Il fatto: Esiste una VPN fra la sede centrale dell’azienda e una sede remota, che deve ovviamente continuare a funzionare. Tale VPN è gestita dal firewall installato sul server a domicilio del cliente e finora ha funzionato alla perfezione.

Collego il router della nuova azienda, modifico le impostazioni della scheda di rete et voilà, dalla sede remota la connessione fallisce. Nel registro eventi del server il solito eventId 20209, origine “rasman” (per i non iniziati: il router non è compatibile con il protocollo GRE e quindi la connessione VPN non può essere correttamente stabilita).

Convinto che il venditore non abbia ben capito che caratteristiche doveva avere la linea dati chiamo l’helpdesk e qui inizia il solito calvario di attese, condite dai soliti “attenda che le passo il collega” (cui naturalmente ogni volta devi ripetere la stessa storiella) finché dopo una buona mezzora pare che siamo in collegamento con un tecnico competente.

Dopo venti minuti, durante i quali gli ho spiegato per filo e per segno la situazione, anche se a morsi e bocconi perché ogni volta che gli do un’informazione lui mi interrompe e mette il silenziatore (probabilmente chiede lumi…), capisco che anche questo non ne sa un accidente di protocollo GRE, porta 47, PPTP pass-through e tutto quanto il resto e sembra anche sordo al fatto che non possono esserci errori di configurazione perché con la concorrenza funziona tutto, e riallacciando l’altro router e riconfigurando la scheda di rete tutto torna a funzionare.

Quando ho raggiunto il limite della sopportazione per aver verificato tutto quanto non è mio compito verificare il “tecnico” mi chiede di leggergli la descrizione dell’errore e, appena arrivo alla parte del messaggio in cui c’è scritto “Verificare che i firewall e i router fra il server VPN e Internet…”, il nostro eroe mi chiede: “Ma ha verificato il firewall?“.

Chissà perchè ma questa richiesta, intorno al cinquantesimo minuto di telefonata, mi fa perdere definitivamente le staffe, perciò gli urlo nella cornetta: “IL FIREWALL SONO IO!” e, stranamente, ottengo come risposta un “mi scusi, le chiedo ancora un minuto…” dopodiché vengo finalmente avvertito che il prodotto non è quello giusto, che non può funzionare e quindi provvederanno a sotituirlo nel giro di due giorni in modo che possa testare il tutto.

Ma c’è sempre bisogno di incazzarsi?

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Il bello di Internet

Ho regalato per Natale un netbook alla mia compagna (su sua richiesta) ed in questi giorni stiamo facendo un po’ di pratica in attesa che arrivi l’ADSL anche a casa.

Oggi a pranzo gli ho chiesto se conosceva una tizia e lei mi ha spiegato chi è; dopo un’ora mi dice:”mi hai chiesto chi era perché ti ha chiesto amicizia su Facebook?“.
Ovviamente ha letto sulla pagina di Facebook, ma a questo punto sorge spontanea la domanda: di questo passo riusciremo a garantirci un po’ di privacy oppure c’è il serio rischio che la nostra attività online finisca sotto una lente di ingrandimento e ci si trovi costretti a giustificare anche le conoscenze di lavoro se, magari, appartengono al sesso opposto?

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Due brevi osservazioni

Di tutte le vicende politiche due affermazioni colpiscono la mia fantasia e solleticano la mia esigenza di affidare le mie considerazioni al mio blog così a lungo trascurato.
La prima proviene direttamente dalla musa ispiratrice di tutte le critiche del periodo recente, cioè il presidente del consiglio, auguriamoci stasera dimissionario, Silvio Berlusconi.
Pare che costui, in un rigurgito di dignità, in un soprassalto d'orgoglio, in un ritorno di fiamma d'amor proprio, abbia dichiarato ai suoi accoliti (un pugno, se si deve tener fede alle cronache, che il PDL sembra la DC squassata da tangentopoli: un partito di diversissimi che sta insieme solo per il potere e perso questo si sfalda in rivoli e correnti) che"non possono trattarci così! Noi siamo sempre il partito di maggioranza relativa e meritiamo rispetto!".
Ricordo a questo proposito quanto affermava mio nonno:"il rispetto non te lo danno perché lo chiedi, te lo danno perché, e se, te lo meriti".
Varrebbe la pena chiedere al leader del partito di maggioranza relativa se pensa di meritare il rispetto perché molti elettori si sono fidati, probabilmente sbagliando, di lui e delle sue promesse o perché il rispetto se lo è meritato col suo comportamento, con le sue iniziative e coi risultati che ha ottenuto.

La seconda proviene dagli ambienti della Lega Nord, partito di lotta (poca) e di (sotto)governo (molto) che si appresta a tornare di lotta dura senza paura.
Il refrain che proviene dagli esponenti di questo movimento, che sarebbe una barzelletta se non fossero tremendamente seri i danni che ha provocato al nostro paese l'aver affidato le sorti del governo ai capricci di un leader palesemente ammalato e non nel pieno possesso delle proprie facoltà, è questo:"No al governo tecnico perché non è legittimato dagli elettori".
Ora, qualcuno farebbe bene a spiegare agli esponenti della Lega, dato che hanno preteso tutti i ruoli chiave della maggioranza che si occupano di riformare la Costituzione, che nella Costituzione medesima non è prevista l'investitura diretta del governo da parte degli elettori, trattandosi la nostra di una democrazia parlamentare.
Vale a dire che nonostante il trucchetto di scrivere i nomi sulle schede elettorali e tutti gli altri escamotages che si sono inventati tramite legge ordinaria, senza una legge di riforma costituzionale che trasforma la nostra Costituzione repubblicana, la nostra continua, e si ostina a farlo nonostante il parere contrario di insigni giuristi come il dentista Calderoli e il diplomato a cottimo Bossi jr. (meglio conosciuto come "Il Trota") che evidentemente si sono assunti l'incarico di modificare una costituzione che neanche conoscono, a rimanere una democrazia in cui è il parlamento liberamente eletto che concede la fiducia ai governi che si formano dopo che il Presidente della Repubblica conferisce l'incarico ad un presidente designato e non il popolo che incarica il presidente del consiglio obbligando Presidente della Repubblica e Parlamento a ratificarne le scelte quali fossero semplici notai.

Poi si pretende rispetto: ma perché si dovrebbe concederlo?
Solo perché lo chiedono senza meritarlo?

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