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Datevi da fare!

Adesso che la tornata elettorale si è conclusa ed il successo del Movimento 5 stelle si è ampiamente concretizzato parrebbe essere giunto il momento di iniziare ad entrare nella dialettica politica in modo che l’attuale legislatura, che porta un numero un po’ “disgraziato”, possa iniziare a lavorare.
Parrebbe, perché fedeli al diktat del capo supremo i cosiddetti “grillini” sembrano non essere intenzionati a muoversi di un centimetro dalla posizione del “niente accordi con nessuno“. Proviamo a spiegare, non a loro ma ai loro elettori, alcuni motivi per cui questa linea politica dovrebbe essere abbandonata, confidando che siano questi ultimi a smuoverli da una posizione che sembra essere stata abbracciata acriticamente, e quindi piuttosto difficile da abbandonare.

Lo spread
Come ebbe a dire una volta Karl Marx, il cui insegnamento e la cui filosofia sono stati troppo frettolosamente (a mio modesto avviso, naturalmente) accantonati in conseguenza del fallimento pratico dei sistemi politici ispirati più o meno direttamente e correttamente dalla sua filosofia, l'”ignoranza non ha mai fatto bene a nessuno“. Diventa perciò importante spendere un po’ di tempo, e di parole, per spiegare il significato reale dello spread visto che molti, troppi, anche fra gli elettori del 5 Stelle, la pensano allo stesso modo di Berlusconi per il quale “lo spread è un invenzione“.
Per comprendere cosa è lo spread è fondamentale capire che cosa è il “debito pubblico”, perché è necessario e quali conseguenze avrebbe ignorarlo. Mi si perdoneranno, spero, in questo caso sia l’approssimazione che le necessarie inesattezze poiché sono determinate dall’esigenza di sintesi e di comprensibilità così come mi auguro si prenda per buono, in mancanza di giustificazione, l’assunto di base di tutto questo ragionamento: il fatto che i legami e le interconnessioni col sistema economico, finanziario, bancario e politico sono così molteplici e complessi che non si può sperare, prima di aver cominciato a districare l’intreccio, di risolverli nella maniera con cui Alessandro Magno sciolse il nodo di Gordio cioè rinunciare a pagare i debiti e dichiarare il default e che anzi al momento questa decisione finirebbe per ammazzarci invece che salvarci la vita.

Volendolo spiegare nella maniera più semplice possibile il debito pubblico è quel sistema che consente ad uno Stato di finanziare le proprie spese quando queste superano le entrate, un po’ come fa quell’impresa privata che ricorre in piccolo al fido bancario e in grande all’emissione di obbligazioni ed altri titoli di credito, per finanziare i propri investimenti (oppure, come spesso capita, per pagare i creditori). Già che ci siamo accenniamo immediatamente al fatto che il debito pubblico era un problema già prima del 2002, quando gli stati europei erano, al pari degli altri, “solvibili per definizione” grazie alla possibilità che avevano di stampare moneta. Perciò adesso che con l’avvento dell’euro tale possibilità non c’è più il debito pubblico può essere tranquillamente considerato un dramma, indipendentemente dal fatto che stampare moneta potesse essere, come irresponsabilmente suggerito da Berlusconi, la soluzione del problema.
Posto che comunque l’immissione sul mercato di banconote fresche di stampa non potesse essere considerata neanche nel passato la soluzione, perché altrimenti gli stati invece di emettere titoli di debito avrebbero potuto tranquillamente battere moneta, oggi siamo costretti a fare i conti col fatto che il debito pubblico di uno stato sovrano è, proprio per l’impossibilità di poter far fronte agli oneri fabbricando in proprio i soldi, da trattare alla stregua di un qualunque titolo di debito emesso da un’azienda privata.
In poche parole: o ti considerano affidabile per cui sapendo che restituirai i soldi te li prestano ad interesse basso oppure, essendo maggiore il rischio che tu possa non restituirli, l’interesse che devi promettere è più elevato.

A questo punto entra in gioco l’altro fattore, quello che trasforma il dramma in tragedia: l’ammontare del debito. Ecco, rispetto al Prodotto Interno Lordo, che è un indice economico perciò (sempre per restare sulle irresponsabili affermazioni di Berlusconi) non va a fare la spesa con la massaia ma è purtroppo tenuto in alta considerazione da coloro che hanno in mano i flussi economici che determinano benessere e sofferenza della popolazione mondiale, il debito pubblico italiano, cioè il totale complessivo dei titoli dello Stato italiano venduti (BOT, CCT, BTP e compagnia bella), è di molto superiore, per cui, come succederebbe per un’azienda privata, diventa difficile trovare qualcuno che presti i soldi a chi ha molto più passivo che proprietà.
La situazione dello Stato italiano è quindi quella di una qualunque azienda privata che ha bisogno di un prestito ma, oltre ad essere in rosso in banca, ha già ottenuto talmente tanti altri soldi a credito che il denaro di cui ha bisogno ora gli serve per pagare gli interessi sui debiti precedenti.
Cosa succede quindi? Succede quindi che se vuole avere il prestito, essendo a rischio la restituzione, tale rischio deve essere pagato promettendo interessi più alti. Lo “spread” misura la differenza fra gli interessi promessi dall’Italia rispetto a quelli promessi da un altro paese (quello preso come indice è il più forte economicamente, la Germania) per collocare i propri titoli. Se vi sembra preoccupante il fatto che si debba pagare (ad oggi) circa il 3% in più di interessi della Germania sappiate che questa è solo metà del problema. L’altra metà è rappresentata dal fatto che parlando di cifre dell’ordine di decine di miliardi di euro ogni fattore che fa aumentare lo spread richiede, per essere riportato a pareggio di bilancio, l’emissione di ulteriori titoli (e quindi di debiti) che sono, indistintamente, improduttivi per cui adesso l’emissione di titoli di stato in Italia non solo asciuga risorse da dedicare all’economia ma serve a pagare gli interessi in una sorta di maligno serpente velenoso che per giunta si morde la coda.
Senza essere smentiti si può dunque affermare che ogni giorno di incertezza politica e di governo che non si forma aumenta il rischio che l’Italia non restituisca i prestiti, il che comporta che per pagare gli interessi del debito in scadenza si debbano promettere interessi più alti e così via, finché la terrificante spirale a vite in cui è entrato l’aereo Italia non finirà per farlo schiantare al suolo.
Allora sarà inutile che sui rottami si alzi la limpida voce dei grillini, che non potrà che dire: “Fino a ieri questo aereo lo hanno guidato i vecchi politici corrotti, colpa loro se si è schiantato!“.
Dato che quell’aereo ieri volava, pur fra mille difficoltà e guidato “dai vecchi politici corrotti”, se domani si sfascerà al suolo sarà anche colpa di chi lo guida oggi, ed i rappresentanti del movimento cinque stelle sono fra costoro.

L’economia reale

L’encomiabile battaglia dei rappresentanti pentastellati contro i costi della politica, purtroppo bloccata sull’abolizione dei contributi elettorali ai partiti, vale la bella cifra di 91 milioni di euro. Lo stato italiano ha quaranta miliardi di debito nei confronti delle aziende private fornitrici della pubblica amministrazione. Ad ascoltare le dichiarazioni dei rappresentanti eletti dal movimento sembra che l’abolizione di questo finanziamento sia condizione necessaria per il loro appoggio alla formazione di un nuovo governo, nel frattempo la sopravvivenza di qualche centinaio di migliaio di persone dipende dalla certezza che lo stato onorerà i propri debiti nei confronti di queste azienda, cosa impossibile da garantire fino alla formazione di un nuovo governo.
Non vi pare che, al di là delle questioni di principio per cui molti nobili pensatori liberali dall’antica Grecia ai giorni nostri riterrebbero 91 milioni di euro una cifra irrisoria se destinata al mantenimento della libertà e della democrazia specie se rapportata al fabbisogno complessivo dello Stato Italiano (ottocento miliardi di euro, di cui i 91 milioni che parrebbero rappresentare la differenza fra miseria e benessere nazionale sono poco più dell’uno per mille) la questione di principio sia ridicola se rapportata alla posta in gioco?
Per quanto avversata da più parti almeno la proposta avanzata da Bersani prendeva in considerazione l’ipotesi di una soluzione che avrebbe significato il salvataggio di qualche centinaio di migliaia di posti di lavoro semplicemente eseguendo un’azione fondamentale in qualunque mercato, cioè onorare i debiti. Quella di stare seduti sulla sponda del fiume (ingannando magari l’attesa portandosi gli apriscatole, raggiungendo le camere in bicicletta e sedendosi in alto “per controllare”) impedendo qualunque operazione finanziaria, anche in nome del nobile ideale di rinunciare a 91 milioni di rimborsi elettorali complessivi, in attesa che passi il cadavere della (presunta) madre di tutti i disastri economici del Paese, cioè il finanziamento ai partiti, che razza di soluzione è?
In attesa che fra impedimenti costituzionali (semestre bianco) ed adempimenti istituzionali (elezione del nuovo presidente della repubblica) si possa tornare al voto se un governo non si forma, come è negli auspici degli illuminati padroni del movimento cinque stelle, scadranno tutti i finanziamenti per gli ammortizzatori sociali e quasi un milione di persone si troverà senza i soldi per mangiare. Finché un governo di soli grillini non avrà chiarito in che modo si debbano tutelare “i singoli lavoratori piuttosto che il posto di lavoro” come sopravviveranno questi disgraziati che hanno avuto la sfortuna di incappare in un periodo in cui la crisi economica si è sommata a quella politica? Vi pare questo il modo di “tutelare i singoli lavoratori”? E se domani toccasse a uno di voi, elettori del movimento?

La “filosofia dell’azione”

Un movimento come il 5 stelle trae la sua linfa e la sua unica ragione di vita dall’essere “rivoluzionario” nei confronti dell’attuale sistema politico; esso rappresenta una sorta di rivoluzione copernicana, con le sue istanze di democrazia diretta e di rottura nei confronti dell’attuale sistema.
Quale miglior modo quindi di poter rovesciare il sistema che assumersi direttamente le responsabilità di governo?
Gli attuali parlamentari eletti nel movimento cinque stelle stanno cercando di far bere ai propri elettori la panzana che il sistema si rovescia non accettando compromessi e rendendolo di fatto ingovernabile ma se si riflette attentamente dovrebbe apparire abbastanza chiaro che questa è una pretesa completamente al di fuori di ogni logica: se si vuol portare un autobus ad una meta precisa non si legano le mani al conducente imnpedendogli di guidarlo, perché lo faremmo sfasciare fuori strada, ma ci si prende la responsabilità di sedersi di fianco all’autista insegnandogli la strada. Rinunciare ad appoggiare un programma che prende in considerazione molto del programma del movimento e stare a guardare rifiutando gli accordi potrà anche dare l’impressione di non accettare i compromessi, ma di certo non farà avanzare di un passo la rivoluzione.
Eppure quale strada hanno scelto i vostri rappresentanti, cari amici che avete votato il movimento 5 stelle?

Forse non avete avuto orecchie abbastanza attente per capire qual è la strada verso la quale ci stanno guidando Grillo e Casaleggio, perciò è opportuno rinfrescarci tutti insieme le idee.
Il leader del movimento ha affermato:”Noi saremo lì e non faremo accordi, loro non saranno in grado di fare il governo e fra sei mesi, quando si voterà di nuovo, il Paese sarà nostro“.
Credo sia lecito pensare che abbiate interpretato il “nostro” come sinonimo di “noi votanti del movimento”, in realtà da qui a sei mesi, mentre il leader del movimento ed il suo uomo ombra si godranno nelle loro ville al mare i guadagni della pubblicità derivata dai loro blog e siti internet voi, elettori del movimento e che del movimento stesso siete l’anima e il cuore, vi ritroverete a dover lottare per il vostro posto di lavoro e per le vostre pensioni in un’economia la cui malattia sarà ormai resa incurabile da sei mesi di assoluta inazione, che voi stessi avrete permesso.

Che ve ne farete allora del trionfo di aver abolito la casta con i vostri “NO” ed averla sostituita con un comico ed un imprenditore multimediale per giunta un po’ fascista, quando nessuno di noi, compresi coloro che il vostro movimento non l’hanno votato, avrà più abbastanza indipendenza economica da poter dar da mangiare ai propri figli?

Una tale sconfitta travestita da vittoria sarebbe riduttivo perfino chiamarla “vittoria di Pirro”.

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Sulla nuova etica economica

Uno degli innegabili vantaggi della fine dell’era berlusconiana (quando avverrà) sarà il fatto che si smetterà di aprire discussioni dotte e filosofiche su affermazioni irresponsabili, discutibilissime e basate sul nulla fatte dal leader del centrodestra e si potrà almeno tornare a discutere di argomenti che non siano aria fritta.
Il peso politico e mediatico del personaggio però è tale che talvolta con una delle sue corbellerie apre una strada oppure, come è il caso delle sue ultime affermazioni in materia di tangenti e giustizia, scoperchia una pentola che ci mostra come in realtà parte della nostra nazione (e questa è forse una delle ragioni di un altrimenti incomprensibile successo) sia in sintonia col suo pensiero distorto ma si vergogni ad ammetterlo finché il Berlusconi medesimo non lo rende pubblico.

Ieri, in un discutibile articolo di Gianfranco Polillo, peraltro sottosegretario al Ministero Economia e Finanze dell’attuale governo, pubblicato su Huffington Post Italia, si affermava che le manette ai bustarellari porterebbero alla desertificazione industriale e si manifestavano perplessità sull’opportunità di arrestare i manager che all’estero pagano tangenti, seminando il dubbio che non sia la qualità ed il prezzo della propria produzione ma la capacità di corrompere il vero motore dell’economia internazionale.
Oggi la prima pagina di MilanoFinanza è ancora più aggressiva: presenta il manager ENI Scaroni come retoricamente candidato all’arresto per via dei successi del gruppo, parla di Tafazzopoli e conclude con “Ecco come si distrugge la ricchezza in Italia“, lasciando intendere senza mezzi temini che arrestare chi paga le tangenti porta il Paese alla miseria.

Premesso che punti di vista come quello dell’illustre sottosegretario finiscono poi per assolvere anche i politici italiani, che siano corrotti o concussori poco importa, è l’equazione magistrati che arrestano manager corruttori uguale crisi economica che è non solo discutibile ma sotto certi aspetti addirittura riprovevole.
Innanzitutto, se anche fosse vero che per vincere le sfide industriali non c’è altro modo che corrompere, allora si dovrebbe agire sul legislatore che corregga la stortura, non sul magistrato che accerta un reato e quindi interviene, perché è di questo che stiamo parlando: se è vietato pagare tangenti, e le si pagano, allora si commette un reato e quindi si deve essere perseguiti indipendentemente dal fatto che esista uno stato di necessità (che per me fra l’altro è solo presunto) così come del resto finisce davanti al giudice anche la madre che ruba al supermercato perché non ha i soldi per far mangiare i figli.
Troppo spesso però per la nostra ipotetica madre lo stato di necessità non vale perché, col liberismo dilagante e la cosiddetta “etica del mercato” che prevale su tutto il resto, agire contro il patrimonio sembra essere diventato peggiore di qualunque reato commesso contro la persona e nessuno o quasi, neanche a sinistra, si sta facendo carico di correggere l’orrendo modo di pensare per cui non solo il peggior peccato è quello commesso contro il settimo comandamento, ma addirittura si dovrebbe rovesciare la legislazione fino a spingerla all’estremo per cui se genera profitto non c’è colpa né dolo, indipendentemente da quanto è scritto nei codici.

Se almeno questa continua pretesa di liberalizzazione totale e di mani libere ai manager portasse effettivamente dei benefici e questi poi finissero per ricadere anche sulla popolazione allora magari discuterne avrebbe senso, però una volta data un’occhiata ai più accessibili indicatori economici non può sfuggire, neanche a chi non è esperto di economia, che l’aumento delle leggi a favore dell’etica di mercato non solo non sta arginando una crisi economica che dura ormai dal 2007 ma che l’unico paese che ha conosciuto momenti di respiro, da allora, sono gli Stati Uniti d’America che col presidente Obama stanno in realtà beneficiando di leggi più ispirate al sociale che al mercato.
Eppure, di fronte al fallimento dell’eccessiva liberalità ed all’evidente incapacità del mercato di redistribuire ricchezza se lasciato libero di agire senza vincoli politici, noi italiani adesso pretenderemmo non solo di rimuovere quei pochi lacci e lacciuoli che ancora frenano il far west economico, ma addirittura di mandare liberi in nome del mercato coloro che sono sospettati di aver commesso un reato.

Siamo proprio un ben strano Paese…

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Parli come badi!

Non che abbia intenzione di mettermi a seguire le polemiche della campagna elettorale però uno che si lamenta in continuazione del fatto che il presidente del consiglio della Repubblica Italiana è uomo privo di poteri e poi accusa l’ultimo occupante di quella potrona (un altro ovviamente) di avere avuto più poteri del fascismo per voi è schizofrenico o semplicemente un bugiardo matricolato?

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Accendete il cervello!

Sarà forse il fatto che in occasione delle feste natalizie la soglia di attenzione tende a calare oppure, molto più probabilmente, il nostro cervello è sempre stato abituato ad agire d’impulso e dipende dal sottoscritto (che ha probabilmente più tempo perché è in ferie) il fatto che in questo periodo festivo si notino sulle pagine di Facebook numerose e ripetute bufale che vari utenti si rimbalzano l’uno sulle pagine dell’altro senza ovviamente rendersi conto che sono appunto delle clamorosissime panzane.

Dopo quelle abbastanza clamorose dei cani sterminati per gli Europei di calcio in Ucraina (dimostrati con le stesse foto usate per dimostrare le stragi di cani a Pechino prima delle Olimpiadi), dei provvedimenti di Hollande contro i privilegi dei politici supportati da frasi tanto suggestive quanto inventate e delle seicentocinquantamila auto blu italiane (panzana con un minimo di fondamento perché la cifra se la inventò l’ex ministro Brunetta, evidentemente poco pratico di matematica) ora è la volta di altre due palle clamorose: la moto che va ad acqua e la legge che istituisce il fondi per i parlamentari.

La notizia della moto ad acqua è questa:

fake

Nel riquadro laterale il capo del progetto, il sedicente Chi Yung, illustra le caratteristiche del mezzo: consuma un litro d’acqua distillata ogni 20 km (l’acqua ha una resa maggiore della benzina, quindi), raggiunge una velocità di punta di 120km/h (performances nettamente migliori delle auto elettriche rispetto a quelle a carburante) e soprattutto al costo contenuto di quattromila euro, riducibili a 2800 con le economie di scala derivanti dalla messa in produzione.

Peccato che occhi minimamente esperti di motori non durino troppa fatica a scovare un bel carburatore nella foto, per cui verrebbe appunto da chiedersi per quale motivo anche l’acqua distillata abbia bisogno di essere miscelata all’aria come la benzina nei tradizionali motori a scoppio e peccato anche che molti appassionati di due ruote non abbiano impiegato molto a ricordarsi dove avevano già visto quella foto, che infatti rappresenta un “concept” (vale a dire il prototipo sperimentale a grandezza naturale, anche se non funzionante) dell’evoluzione della V-Max Yamaha, come si può vedere qui.

Come spiegare allora le oltre ottomila condivisioni in una settimana?

Probabilmente con le frasi con cui si chiude la didascalia, queste: “Una vera rivoluzione, ma nessuno ne parla… perché? Facile: le grandi lobby pretolifere hanno pagato i giornalisti per non diffondere la notizia, altrimenti fallirebbero nel giro di poche settimane.“. Il richiamo alla Spectre petrolifera, così come ad altre lobby più o meno odiate, funziona sempre come dimostra quest’altra falsa notizia:

senatore_cirenga

che circola sia in questa forma che in un’altra in cui la stessa immagine sopra, ma con lo sfondo di colore blu, è montata dentro la chat di uno smartphone e reca sopra la scritta “Perché i telegiornali non ne parlano?“.
Semplicemente perché è una bufala coi fiocchi!

Basterebbe recarsi sul sito del Senato della Repubblica e scorrere l’elenco dei senatori che iniziano con la lettera C per rendersi conto che il promotore del disegno di legge non esiste senza dover fare l’ulteriore sforzo, che richiederebbe un minimo di familiarità con l’educazione civica, di fare il conto dei voti favorevoli più contrari che assomma a 422, cioè ben più di quanti siano i senatori (315 eletti più cinque senatori a vita più gli ex presidenti della Repubblica, cioè un centinaio in meno…).

Anche in questo caso la notizia, pur essendo palesemente falsa, stuzzica il nervo scoperto dei privilegi dei politici ed allora tutti pronti a condividere le bugie, senza magari approfondire.

Prima di fare clic all’impazzata e di riempire le bacheche degli altri con palesi menzogne magari sarebbe opportuno valutare quello che diamo in pasto agli altri, ricordandoci che, come ben sanno coloro che dovrebbero essere l’obiettivo di certe campagne denigratorie, non ci vuole molto a trasformare una bugia in verità, specie se la ripeti molte volte.

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Aita aita

Da Mentana sul TG La7 l’esimio Sallusti, che rischia la galera per aver omesso il controllo su un articolo palesemente diffamatorio quando era direttore responsabile di Libero, sostiene che nessuno, a livello di governo e di presidenza della repubblica, si interessa del suo dramma probabilmente a causa di “motivi di antipatia personale o ideologici

Premesso che il provvedimento è di una gravità del tutto inaudita sarebbe opportuno che Sallusti innanzitutto considerasse il fatto che “responsabile” significa che ha delle responsabilità e quindi quando si pubblica un articolo su un giornale di cui si è direttori responsabili, specialmente se l’articolo in questione è anonimo, sarebbe anche bene pensare alle conseguenze e verificarne il contenuto, ma soprattutto sarebbe il caso che il direttore si interrogasse sul fatto che appunto c’è antipatia personale nei suoi confronti.

Forse, se fosse stato un po’ più misurato nei titoli oppure più sobrio nel fare affermazioni in TV che rivelano fondamentalmente una certa disonestà intellettuale, l’opinione pubblica sarebbe stata più sollecita nell’indignarsi.

O forse lui stesso non avrebbe pubblicato l’articolo ed adesso non sarebbe a piangere in televisione per avere l’intercessione di coloro che ha sempre pubblicamente e pesantemente insultato.

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Dubbi atroci

Dopo il fallimento del progetto “Fabbrica Italia” due sindacalisti da barzelletta come Bonanni e Angeletti non sentono il pudore di dimettersi e andare in pensione ai tropici dopo aver regalato a Marchionne il culo e i diritti dei lavoratori FIAT anche non iscritti ai loro sindacati?

Gli iscritti ai sindacati i cui segretari sono i personaggi da barzelletta di cui sopra non sentono il formidabile bisogno di seppellire i segretari medesimi sotto valanghe di ortaggi andati a male dopo che costoro si sono fatti fregare come polli da Marchionne, che aveva promesso di mantenere i livelli di impiego in cambio dei diritti degli operai e poi con quegli accordi ci si è pulito il sedere?

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Helpdesks

Ormai il livello di esasperazione con gli helpdesk telefonici sta raggiungendo il massimo, specialmente se prendo in considerazione quanto la capacità di soddisfare le richieste sia ormai inversamente proporzionale al tempo che si passa (meglio sarebbe dire: si perde) al telefono.

Non più tardi di ieri mi sono trovato al telefono con l’helpdesk di un fornitore di telefonia e connettività che un mio cliente ha deciso di sperimentare per 15 giorni (a spese loro) e gli addetti al servizio non hanno probabilmente capito che anche dalle loro performances dipende la decisione, oppure l’hanno capito ma non gliene frega assolutamente niente.

Il fatto: Esiste una VPN fra la sede centrale dell’azienda e una sede remota, che deve ovviamente continuare a funzionare. Tale VPN è gestita dal firewall installato sul server a domicilio del cliente e finora ha funzionato alla perfezione.

Collego il router della nuova azienda, modifico le impostazioni della scheda di rete et voilà, dalla sede remota la connessione fallisce. Nel registro eventi del server il solito eventId 20209, origine “rasman” (per i non iniziati: il router non è compatibile con il protocollo GRE e quindi la connessione VPN non può essere correttamente stabilita).

Convinto che il venditore non abbia ben capito che caratteristiche doveva avere la linea dati chiamo l’helpdesk e qui inizia il solito calvario di attese, condite dai soliti “attenda che le passo il collega” (cui naturalmente ogni volta devi ripetere la stessa storiella) finché dopo una buona mezzora pare che siamo in collegamento con un tecnico competente.

Dopo venti minuti, durante i quali gli ho spiegato per filo e per segno la situazione, anche se a morsi e bocconi perché ogni volta che gli do un’informazione lui mi interrompe e mette il silenziatore (probabilmente chiede lumi…), capisco che anche questo non ne sa un accidente di protocollo GRE, porta 47, PPTP pass-through e tutto quanto il resto e sembra anche sordo al fatto che non possono esserci errori di configurazione perché con la concorrenza funziona tutto, e riallacciando l’altro router e riconfigurando la scheda di rete tutto torna a funzionare.

Quando ho raggiunto il limite della sopportazione per aver verificato tutto quanto non è mio compito verificare il “tecnico” mi chiede di leggergli la descrizione dell’errore e, appena arrivo alla parte del messaggio in cui c’è scritto “Verificare che i firewall e i router fra il server VPN e Internet…”, il nostro eroe mi chiede: “Ma ha verificato il firewall?“.

Chissà perchè ma questa richiesta, intorno al cinquantesimo minuto di telefonata, mi fa perdere definitivamente le staffe, perciò gli urlo nella cornetta: “IL FIREWALL SONO IO!” e, stranamente, ottengo come risposta un “mi scusi, le chiedo ancora un minuto…” dopodiché vengo finalmente avvertito che il prodotto non è quello giusto, che non può funzionare e quindi provvederanno a sotituirlo nel giro di due giorni in modo che possa testare il tutto.

Ma c’è sempre bisogno di incazzarsi?

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Il bello di Internet

Ho regalato per Natale un netbook alla mia compagna (su sua richiesta) ed in questi giorni stiamo facendo un po’ di pratica in attesa che arrivi l’ADSL anche a casa.

Oggi a pranzo gli ho chiesto se conosceva una tizia e lei mi ha spiegato chi è; dopo un’ora mi dice:”mi hai chiesto chi era perché ti ha chiesto amicizia su Facebook?“.
Ovviamente ha letto sulla pagina di Facebook, ma a questo punto sorge spontanea la domanda: di questo passo riusciremo a garantirci un po’ di privacy oppure c’è il serio rischio che la nostra attività online finisca sotto una lente di ingrandimento e ci si trovi costretti a giustificare anche le conoscenze di lavoro se, magari, appartengono al sesso opposto?

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Due brevi osservazioni

Di tutte le vicende politiche due affermazioni colpiscono la mia fantasia e solleticano la mia esigenza di affidare le mie considerazioni al mio blog così a lungo trascurato.
La prima proviene direttamente dalla musa ispiratrice di tutte le critiche del periodo recente, cioè il presidente del consiglio, auguriamoci stasera dimissionario, Silvio Berlusconi.
Pare che costui, in un rigurgito di dignità, in un soprassalto d'orgoglio, in un ritorno di fiamma d'amor proprio, abbia dichiarato ai suoi accoliti (un pugno, se si deve tener fede alle cronache, che il PDL sembra la DC squassata da tangentopoli: un partito di diversissimi che sta insieme solo per il potere e perso questo si sfalda in rivoli e correnti) che"non possono trattarci così! Noi siamo sempre il partito di maggioranza relativa e meritiamo rispetto!".
Ricordo a questo proposito quanto affermava mio nonno:"il rispetto non te lo danno perché lo chiedi, te lo danno perché, e se, te lo meriti".
Varrebbe la pena chiedere al leader del partito di maggioranza relativa se pensa di meritare il rispetto perché molti elettori si sono fidati, probabilmente sbagliando, di lui e delle sue promesse o perché il rispetto se lo è meritato col suo comportamento, con le sue iniziative e coi risultati che ha ottenuto.

La seconda proviene dagli ambienti della Lega Nord, partito di lotta (poca) e di (sotto)governo (molto) che si appresta a tornare di lotta dura senza paura.
Il refrain che proviene dagli esponenti di questo movimento, che sarebbe una barzelletta se non fossero tremendamente seri i danni che ha provocato al nostro paese l'aver affidato le sorti del governo ai capricci di un leader palesemente ammalato e non nel pieno possesso delle proprie facoltà, è questo:"No al governo tecnico perché non è legittimato dagli elettori".
Ora, qualcuno farebbe bene a spiegare agli esponenti della Lega, dato che hanno preteso tutti i ruoli chiave della maggioranza che si occupano di riformare la Costituzione, che nella Costituzione medesima non è prevista l'investitura diretta del governo da parte degli elettori, trattandosi la nostra di una democrazia parlamentare.
Vale a dire che nonostante il trucchetto di scrivere i nomi sulle schede elettorali e tutti gli altri escamotages che si sono inventati tramite legge ordinaria, senza una legge di riforma costituzionale che trasforma la nostra Costituzione repubblicana, la nostra continua, e si ostina a farlo nonostante il parere contrario di insigni giuristi come il dentista Calderoli e il diplomato a cottimo Bossi jr. (meglio conosciuto come "Il Trota") che evidentemente si sono assunti l'incarico di modificare una costituzione che neanche conoscono, a rimanere una democrazia in cui è il parlamento liberamente eletto che concede la fiducia ai governi che si formano dopo che il Presidente della Repubblica conferisce l'incarico ad un presidente designato e non il popolo che incarica il presidente del consiglio obbligando Presidente della Repubblica e Parlamento a ratificarne le scelte quali fossero semplici notai.

Poi si pretende rispetto: ma perché si dovrebbe concederlo?
Solo perché lo chiedono senza meritarlo?

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Meno male ci sono i sindacalisti

Se un qualunque italiano fosse vissuto gli ultimi vent’anni su Marte, senza aver possibilità alcuna di informarsi sull’attualità, e fosse tornato sulla Terra diciamo venerdì scorso avrebbe, fra i numerosi motivi di stupore, anche qualche motivo di confusione.

Avrebbe per esempio avuto parecchia difficoltà a capire le dinamiche del lavoro se si fosse limitato a seguire le due trasmissioni di approfondimento su La7 di venerdì e sabato scorso che avevano come ospiti due importanti rappresentanti del mondo sindacale, o meglio i segretari di CISL (venerdì) e UIL (sabato), che bene o male sono due dei tre principali sindacati italiani.

Il segretario dlla CISL, Bonanni, venerdì scorso è stato addirittura infraintedibile quando, provocato dal vignettista Vauro che gli chiedeva perchè avesse smesso di difendere i diritti dei lavoratori, ha risposto con tutta la veemenza possibile da sotto il baffetto sbarazzino che “queste cose fanno parte dell’ormai logoro bagaglio della sinistra ed è un bene per il Paese se ce ne dimentichiamo, e alla svelta!” mentre nel prosieguo della trasmissione medesima ha affermato con tutta sicumera che “Non v’è dubbio parlando di tutela dei diritti che quelli di coloro che rischiano il capitale e prendono le decisioni sono superiori a quelli di coloro che le decisioni le subiscono“; affermazione per carità del tutto legittima, ma non se a farla è uno che di mestiere fa il capo di un’organizzazione che ha come scopo unico quello di difendere appunto i diritti di coloro che a detta sua sono meno importanti.

La sera successiva, nello stesso spazio orario, un’altra trasmissione della rete ha mostrato la festa della FIOM con ospiti in studio un probabilmente illustre giuslavorista del quale sinceramente ho dimenticato il nome ed un giornalista che hanno preso in mezzo una precaria diplomata in sociologia mentre il segretario UIL, Angeletti, era collegato in esterni.

Sarà stato probabilmente il ritardo con cui riceveva l’audio, oppure il fatto che si distraeva tocchicchiandosi i baffetti, a determinare il comportamento del segretario medesimo che, mentre battibeccava ad ogni piè sospinto col giornalista conduttore che gli chiedeva il conto dei risultati degli accordi con FIAT e Marchionne, lasciava che il sedicente esperto di diritto del lavoro ed il giornalista trasmettessero agli ascoltatori l’immagine del lavoratore dipendente medio come un truffatore dello Stato in quanto sfruttatore della malattia per aumentare i permessi, sfruttatore del datore di lavoro in quanto assenteista lautamente retribuito ed, in ultima analisi, con scarsa voglia di lavorare e scarsamente produttivo in assoluto.

Sarebbe anche stato interessante che magari qualcuno avesse prodotto qualche indice o qualche analisi statistica a sostegno di queste brillanti affermazioni ma l’unica, e di segno opposto, l’ha tirata fuori il giornalista Telese, padrone di casa, e dimostrava che il ricorso alla mutua dei lavoratori di Mirafiori era inferiore alla media dei lavoratori torinesi che lavorano fuori da Mirafiori ma è stato contestato proprio da Angeletti, pensa te come va il mondo…

Insomma, immagino la confusione del nostro ipotetico astronauta di fronte alle performances televisive dei segretari sindacali (che hanno chiesto proprio ieri, con quello che appare come un colpo di tosse della pulce, un taglio fiscale a favore di dipendenti e pensionati) i quali pensano l’uno che i diritti dei lavoratori sono un retaggio del passato e che oltretutto sono inferiori rispetto a quelli dei padroni e l’altro che i lavoratori dipendenti sono una massa di farabutti lavativi.

Più ancora però mi chiedo, e la stessa cosa se la chiederebbe di sicuro il nostro astronauta, come è possibile che coloro che, con le trattenute dalle proprie buste paga, mantengono questi begli esemplari di coerenza a pontificare in televisione alle spalle di coloro che dovrebbero tutelare e contro i loro stessi interessi, non li abbiano ancora mandati dove si meritano, cioè, come ha suggerito lo stesso Vauro, a lavorare, ma non dietro una bella scrivania bensì in catena, di montaggio naturalmente.

D’altra parte è sempre stata tradizione di casa Agnelli quella di mandare i rampolli a condividere la condizione dei lavoratori nelle proprie fabbriche per qualche giorno, possono andarci anche i baffetti più curati del sindacalismo italiano…

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