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Per una vera economia di sinistra

Dall’analisi dei motivi e delle condizioni che hanno spinto la nostra nazione e la comunità europea in genere sull’orlo del baratro emerge senza dubbio alcuno che la base di partenza è il fatto che l’unione monetaria ha privato i singoli stati sovrani della più potente arma che avevano per combattere le crisi di liquidità: la possibilità di battere moneta.
Non rientra fra i nostri scopi quello di confutare se sia o meno conveniente un ritorno allo status quo ante nascita dell’euro, quanto piuttosto dare per scontato che questo sia il quadro in cui debbono muoversi le politiche economiche dei singoli stati membri, fra cui il nostro, e perché quindi si renda indispensabile cambiare prospettiva ed azione economica orientandole più verso l’estremo sociale dello schieramento politico, limitando nel caso l’analisi al solo nostro paese.

Le critiche che vengono rivolte, da destra, alle proposte economiche del centrosinistra italiano sono sostanzialmente due: che propugnino un aumento delle tasse e che siano indirizzate verso il mandare fuori controllo la spesa pubblica. Le altre critiche, che si intenda livellare e far decrescere l’economia, che si intenda annullare la meritocrazia e quindi tornare allo stato mamma che non nega sostegno a nessuno, neppure ai peggiori, e quant’altro discendono fondamentalmente dai primi due assiomi.
Che sono entrambi sbagliati.
Sarebbe opportuno intanto che coloro che ripetono sistematicamente il mantra: “sinistra partito delle tasse” ci mostrassero uno ed un solo stato in cui le politiche economiche di stampo monetaristico, quelle che ormai possiamo definire senza tema d’essere smentiti “conservatrici“, hanno portato una reale o percepita diminuzione della pressione fiscale, Italia ovviamente compresa.
Tutte, nessuna esclusa, hanno invece portato ad una modifica di coloro che sostengono il peso della tassazione: alleggerimento dei prelievi sui capitali e sulle rendite (nel tentativo di attrarre i capitali messi in fuga dalla recessione) e generalmente aumento della pressione su tasse al consumo, imposte indirette e sui redditi da lavoro, per questi ultimi in misura quasi insostenibile. Perciò la critica non ha senso; eventualmente, si potrebbe parlare di un tipo specifico di tasse da aumentare, ma mantenendo il saldo della pressione fiscale inalterata.
In considerazione del fatto che lo spostamento dell’asse impositivo non solo non ha prodotto i benefici attesi, perché la capacità di attrazione dei capitali sembra purtroppo non dipendere direttamente dalla tassazione (o non solo da questa) ma ha anzi prodotto tensioni sociali notevoli per effetto dell’impoverimento del ceto medio a scapito di pochi capitalisti e per la sensazione psicologica che siano sempre gli stessi a pagare il costo forse converrebbe tornare all’antico “chi ha di più può permettersi di pagare percentualmente di più” sancito fra l’altro in maniera inequivocabile dalla nostra Costituzione.

Sulla seconda accusa ci sarebbe molto da dire, soprattutto perché appare del tutto priva di ogni fondamento: una vera politica di sinistra, dopo spiegheremo il perché, richiederebbe appunto quelle azioni che la destra nostrana accusa la sinistra di voler fare, ma chi dovrebbe gestire la politica economica della coalizione uscita “vincitrice” dalle ultime elezioni non ha mai avuto seria intenzione di compierle. Il problema del PD italiano, e alleati vari più o meno assortiti, sembra essere l’eccessiva affezione al modello della politica economica dei governi Ciampi e Prodi, tutta marcatamente non sinistrorsa, quasi come se quelle politiche che hanno compiuto il miracolo di farci entrare nei parametri di Maastricht fossero il marchio di fabbrica del centrosinistra italiano e vengano ormai buoni per tutte le stagioni.
Non a caso si sente riparlare di “concertazione” e di altre manovre e atteggiamenti che risalgono a quel periodo, presuntamente aureo, come se semplicemente rimettere indietro gli orologi della politica economica ci riportasse in un paese di bengodi del quale si è ormai perso perfino il ricordo.
Per questo è ancor più necessario implementare, e proporre al Paese, una politica di sinistra, dato che la formula scelta da Bersani e dai suoi, cioè “primo mantenere gli impegni di bilancio con l’Europa, poi in questo ambito liberare risorse per la crescita” equivale a proporre una cura di salassi ad un paziente che soffre di pressione bassa.

La prima esigenza di una politica economica “progressista” che si rispetti è quindi quella di far ripartire la “domanda aggregata” (che io però continuo a chiamare “domanda effettiva”) della nostra nazione, cioè la richiesta di beni e servizi formulata dal nostro sistema economico in un determinato periodo di tempo.
La spesa pubblica ovviamente è uno dei principali componenti della domanda effettiva, oltre che uno dei principali mezzi per il suo stimolo, perciò appare abbastanza difficile poter coordinare in maniera corretta una politica economica che stringa la spesa pubblica e smuova la domanda effettiva, come pretendono di fare tutti i santoni che da anni ci stanno spacciando il fatto che l’austerità dei conti pubblici è la premessa indispensabile per la crescita. Poiché questa duplice azione di fatto non è possibile un aumento della spesa pubblica a tasso zero per il debito pubblico prevede per forza un massiccio ricorso all’imposizione fiscale. Anch’essa però è un fattore di riduzione della domanda.
L’unica altra strada percorribile è quella dell’allentamento dei vincoli di bilancio, non potendo lo Stato far ricorso in nessun modo all’aumento di liquidità che sarebbe reso possibile se la banca centrale potesse emettere valuta.
Da questo vicolo cieco non si può uscire, perciò ogni politica economica di ispirazione sociale deve, e deve farlo alla svelta, liberarsi dai formidabili pregiudizi ereditati acriticamente da trent’anni di dominante analisi conservatrice (presumo sapientemente foraggiata dal grande capitale) e smettere di adorare, in genuflessione congiunta con la destra, i due veri falsi idoli economici del ventunesimo secolo: il pareggio di bilancio e il rapporto deficit/PIL.

Entrambi, secondo le attuali interpretazioni, giocherebbero il ruolo principale nella soluzione della crisi economica perché, in assenza del primo ed in eccesso del secondo, il capitale, gli investitori, il mercato, insomma tutte quelle istituzioni che manovrano il denaro (in qualunque modo si vogliano chiamare) fuggirebbero costringendo lo stato reprobo ad alzare i tassi di interesse indebitandosi sempre più e quindi morendo lentamente, oppure finirebbero infallibilmente attratti da quelli virtuosi i quali godrebbero così di imperitura prosperità economica, potendo addirittura permettersi di pagare tassi di interesse ridicoli e quindi finanziando la crescita a costo zero.
Dov’è l’errore in tutto ciò?
L’errore sta nel fatto che questa analisi è molto plausibile ma molto semplicistica, eppure rappresenta tutto quanto il modello economico conservatore è stato in grado di produrre. Plausibile ma priva di modelli di previsione matematici, basta ad esempio pensare, come affermano Sergio Cesaratto e Massimo Pivetti nella prefazione al loro ebook Oltre l’austerità (che ha costituito l’ispirazione principale per questo testo) che nessuno è in grado di spiegare perché nel 2010 il Giappone con rapporto deficit/PIL pari al 220% e la Spagna (rapporto al 65%) hanno un tasso di crescita grosso modo uguale ed anzi il Giappone poteva, e può tuttora permettersi, di offrire il proprio debito al favoloso tasso dell’1%.
Questo accade ovviamente perché il mercato, questa grande, misteriosa entità, pur essendo una giungla dove il debole è destinato a morire o a fare da cibo per il forte, non è stupido: i fattori che valuta non sono solo quelli che la scuola monetaristica ha fideisticamente preteso di prendere in considerazione, ma sono molti di più. Per restare al Giappone vale il fatto che oltre il 95% del debito è in mani nazionali, che la propensione al risparmio nipponica è ancora considerata in aumento, che il paese del Sol Levante ha una bilancia commerciale in avanzo da trent’anni più altre considerazioni più o meno spicciole e marginali, ma sufficienti a farci comprendere che si tratta di un coacervo di dati matematici, aspettative e fattori “psicologici” a determinare il successo del collocamento del debito ed il “fascino” che un paese ha nei confronti dei capitali stranieri e non un puro e semplice modello matematico che sta tra l’altro fallendo tutte le previsioni dopo essersi rivelato insufficiente anche a comprendere il momento attuale (e no, cari signori monetaristi, non è del modello keynesiano che stiamo parlando).
Per tornare a noi esiste il ragionevole dubbio che un aggravio dell’indebitamento, se affiancato ad una crescita economica in aperta controtendenza alla recessione generalizzata della zona Euro, sarebbe comunque in grado di attrarre capitali in barba a tutte le teorie anti stagflazione, ed anche se non ce la facesse l’aumento della domanda effettiva genererebbe un surplus di entrate fiscali da consentire comunque di ammortizzare l’eventuale aumento degli interessi ed avrebbe il non trascurabile pregio di alzare il livello di soddisfazione della cittadinanza, che dovrebbe poi costituire la massima aspirazione della politica, la quale politica invece pare si sia rassegnata al ruolo di contabile cui la vogliono ridotta i potentati economici per poter operare con le mani libere sul mercato.

Occorre pertanto coraggio per uscire dalla trappola e proporre finalmente una vera economia sociale.
Un buon punto di partenza potrebbe essere il piano economico di Hollande, quello vero naturalmente e non il mito che circola nelle diapositive sui social network, che prevede una parte a “deficit zero” e una parte da finanziare col debito.
Semplificando: per la parte a deficit zero redistribuzione del carico fiscale e utilizzo dei maggiori introiti per finanziare un nuovo piano di edilizia economico-popolare, altri investimenti a sostegno della domanda effettiva e assunzione di sessantamila insegnati, per la parte con impatto sul debito pubblico creazione di una banca pubblica che consenta l’accesso al credito alla piccola e media impresa e riconversione del piano energetico. Quello che è più importante però è la filosofia di recupero della competitività che vi sta dietro: nessun taglio al costo del lavoro ma investimento in ricerca, innovazione e formazione (ecco il perché dell’assunzione di un esercito di nuovi insegnanti).
A monte di tutto c’è un semplice calcolo economico: se le misure prese consentissero di portare la crescita al due per cento i maggiori introiti fiscali porterebbero l’intero impatto sul debito al di sotto dei parametri europei.

Di questo si sente il bisogno oggi in Italia e in Europa, di una politica economica orientata al sociale, alla solidarietà ed al welfare (per questo “di sinistra”) che rompa l’accerchiamento della contabilità statale e del piccolo cabotaggio da ragionieri che pervade da anni i governi europei e le principali istituzioni semplicemente perché, come sosteneva una volta un mio datore di lavoro “se non ce la fai coi soldi hai due strade, quella facile è tagliare le spese, ma ti farà morire; quella difficile e coraggiosa è aumentare le entrate ed è quella che ti farà vivere meglio“.
Ma quanto di questo coraggio e di queste proposte troviamo nel centro sinistra italiano oggi?

This entry was written by nobodysdiary , posted on domenica aprile 07 2013at 08:04 pm , filed under Economia . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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