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Prodi, l’euro e la lira svenduta

Come accade puntualmente ogni volta che Prodi parla, che sia per un’intervista alla radio come l’ultima volta che sia perché intervistato in occasione di una convention politica o per quello che pare a voi, si scatena sui social networks la rabbia belluina degli economisti laureati all’università della vita che augurano al professore bolognese la morte tra mille tormenti e la sofferenza eterna per “aver svenduto la lira e rovinato la nostra economia” in occasione dell’ingresso nell’euro.
A gentile richiesta di spiegazioni l’accusa, nella maggior parte dei casi si trasforma in quella di aver consentito un cambio lira-euro a 1/1936,27 anziché a 1/1000 lasciando intendere che i cambi furono negoziati politicamente; qualcuno inoltre, non pago dell’evidente boiata, aggiunge per soprammercato che mentre noi cambiavamo a 1936.27 lire per un marco i perfidi tedeschi cambiavano alla pari pappandosi quindi in un sol boccone, grazie appunto a quello sprovveduto di Prodi, la nostra economia.

Nessun cambio ovviamente venne negoziato e nessuna valuta guadagnò alcunché dal cambio; vediamo la storia.
L’euro, come ognuno di noi, ha un luogo e una data di nascita: Maastricht, 7 febbraio 1992. Quel trattato lo firmarono il ministro del tesoro dell’epoca (Carli) e degli esteri (De Michelis) rappresentanti delegati dal governo dell’epoca (Andreotti) in nome e per conto del Presidente della Repubblica (Scalfaro). Prodi in quei giorni insegnava all’Università di Bologna e teneva lezioni di economia su Rai uno.

In quel trattato vennero stabiliti parecchi punti fermi che ancor oggi ricordiamo bene, come il massimo del 3% di indebitamento annuo massimo calcolato sul prodotto interno lordo e l’ammontare massimo del debito pubblico pari al 105% del PIL ma pochi, o nessuno, ricordano l’articolo 109 che fissava il valore dei cambi, le modalità e i tempi. In pratica il regime di tassi di cambio fisso sarebbe entrato in vigore il 1 gennaio 1999 (fissando da allora in maniera inequivocabile il valore dell’euro rispetto ad ogni moneta “nazionale”; ministro del Tesoro Ciampi, governo D’Alema, niente Prodi neanche qui) mentre per i due anni precedenti (cioé dal 1 gennaio 1997) veniva posto l’obbligo di mantenere l’oscillazione del valore delle valute entro un massimo dello 0,5% (la lira fu brava, partì a 1929,66 e chiuse a 1936,27 svalutando appena dello 0,3%).
L’art, 109 però spiegava chiaramente come si dovevano convertire le varie valute, o meglio dichiarava esplicitamente che il valore dell’euro nei confronti di ogni valuta nazionale sarebbe stato pari a quello dell’ECU, moneta paniere dell’Unione Europea e definita negli accordi SME (Sistema Monetario Europeo) come unità di conto, cioè una moneta fittizia, in termine tecnico la si definisce “scritturale”, utile per “far di conto”.
Il conto che si faceva con l’ECU era il valore di una moneta rispetto ad un’altra all’interno dello SME medesimo. Ad esempio il giorno stesso della firma del trattato di Maastricht un ECU valeva 1587,48 lire e 2,02 marchi tedeschi, quindi un marco tedesco valeva 1587,48/2,02 = 785,88 lire. Vale anche la pena ricordare che il valore dell’ECU era determinato dalla media del valore delle valute che lo componevano (valuta paniere, come si è detto) per cui ogni apprezzamento della singola moneta comportava il deprezzamento di tutte le altre collegate. Qualcuno ha un’idea di come avremmo fatto ad apprezzare la nostra liretta nei confronti di tutte le altre per avere un cambio ECU/lira pari a 1/1000? (a questo proposito vedi anche sotto).
Il primo gennaio 1999 un ECU valeva esattamente 1936,27 lire perciò quello fu il valore che ebbe l’euro nei confronti della lira al momento del change over del 1 gennaio 2002, data in cui il tasso di cambio fisso divenne circolante travestendosi da moneta unica.
Vale la pena ricordare che lo stipendio di un ipotetico lavoratore di nome Giovanni, dell’importo di ipotetiche 1.936.270 lire, valeva mille ECU e quindi mille euro tanto il 31 dicembre 1998 quanto il primo gennaio 1999 e valeva sempre mille ECU e quindi mille euro sia il 31 dicembre 2001 che il primo gennaio 2002 così come val la pena ribadire che il cambio marco tedesco/Euro non fu, come affermano perentoriamente numerosi meme bufala che ancora oggi circolano sui social, pari a 1/1, bensì fu 1,955/1 (cioé 990 lire per marco tedesco). Nessun furto, nessuna rapina e nessuna negoziazione o svalutazione. Cosa c’entra Prodi?

I più smaliziati fra i commentatori, giunti a questo punto, tirano in ballo Ciampi ed i negoziati per il rientro della lira nello SME come momento in cui “svendemmo” la lira e ancorano a questo episodio tutto il loro argomentare. Prima ancora di stroncare economicamente il fatto che un cambio euro/lira 1/1000 sarebbe stato vantaggioso (perché oltretutto non lo è), ristabiliamo nel caso anche la verità storica.

A pochi mesi dalla firma del trattato di Maastricht e probabilmente per effetto di questo, lo SME entra in crisi e tanto l’Italia che l’Inghilterra sono costrette ad uscire dal sistema (settembre 1992) causando una formidabile svalutazione sulle proprie valute nazionali. Un sunto degli avvenimenti, il cui racconto esula dagli scopi di questo intervento, lo trovate qui. Quel che serve sapere è che al momento dell’uscita il marco tedesco valeva circa 785 lire (quindi un ECU ne valeva circa 1580).
Nel settembre 1996 Prodi, conscio del fatto che l’economia italiana non fosse ancora ben stabile, cercò di far slittare l’attuazione del trattato alleandosi con Aznar ma lo spagnolo (che si sarebbe poi amaramente pentito, ma sono affari suoi) rispose picche e a Prodi e Ciampi non restò altro che mettere mano ad una sanguinosa, ancorché divisa con le classi sociali (la famosa “concertazione”), finanziaria: quella del 1997. Dopo poco si presentarono col cappello in mano all’Europa per mediare le condizioni di rientro nello SME, certi che perdere il treno dell’euro si sarebbe rivelato disastroso.
Dei negoziati e di come andarono da conto, fra gli altri, questo articolo de La Stampa, quello che a me interessa ribadire è che la fissazione del cambio a 990 lire per marco (contro le 950 chieste dai governi dell’Europa centrale e le 1020 proposte dal nostro governo) rappresentava già una rivalutazione dell’1 per cento che fu accolta molto male dall’intero apparato economico del paese, apparato che premeva per un cambio col marco superiore alle mille lire (compresi Berlusconi e Tremonti che pochi anni dopo piangeranno perché il cambio avrebbe dovuto essere 1 euro contro mille lire, guarda come va il mondo…). Da rivedere anche le frasi di Juncker sul fatto che il cambio a 950 lire sarebbe stato difficilmente sostenibile per l’Italia, Italia che avrebbe comunque dovuto accollarselo per dimostrare all’Europa che il risanamento della propria economia era reale.
Ora, se il cambio a 950 lire per marco era difficilmente sostenibile e se è vero, come è vero, che nelle prime due settimane del settembre 1992 la banca d’Italia nel tentativo di restare nello SME bruciò valanghe di valuta pregiata per tenere un cambio a 785 lire per marco, come avremmo fatto a sostenere un cambio a 511 lire per marco che avrebbe portato a mille lire il valore di un ECU?

Tutto questo per poi accorgerci che non valeva la pena: arrotondando per semplificare se al momento del cambio noi avessimo ottenuto un cambio 1/1000 e i tedeschi il loro 1/2 i nostri prezzi sarebbero raddoppiati per i tedeschi mentre i loro si sarebbero dimezzati per noi. Risultato: noi avremmo comprato tedesco perché costava molto meno e avremmo distrutto la nostra economia, loro avrebbero comprato la loro merce perché la nostra costava troppo assestando alla nostra economia il colpo finale.

Il problema centrale sta nel fatto che, specie in un periodo di crisi economica così lungo e del quale i segni di ripresa in Italia si vedono solo negli indici ma non ancora nel tessuto sociale dare la colpa di tutto all’euro è facile, ed ancor più facile darla a colui che si è preso la responsabilità di portarci l’Italia. Si possono trovare molte spiegazioni del fallimento dell’Italia nell’euro: il fatto che la moneta avrebbe dovuto seguire e non precedere l’unione politica, le responsabilità di mancata vigilanza sui prezzi e di mancato controllo del debito pubblico del governo Berlusconi (qui una disamina circostanziata, se riuscite ad aprire il link perché il sito spesso è “busy”), come pure l’elefante nella stanza (difetti strutturali del tasso fisso di cambio, come spiega questo bell’articolo di Gawronski) ma una cosa è certa: non è, e non è mai stata, colpa del cambio.

Detto da uno costretto a difendere Prodi senza averlo mai apprezzato.

This entry was written by nobodysdiary , posted on sabato settembre 23 2017at 05:09 pm , filed under Economia, politica . Bookmark the permalink . Post a comment below or leave a trackback: Trackback URL.

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